Massimo Dapporto in scena a Pescara parla del suo spettacolo e non solo VIDEO

Pescara. Massimo Dapporto è tornato a Pescara con "Un borghese piccolo piccolo" con il testo che riprende lo straordinario romanzo di Vincenzo Cerami da cui è stato tratto, in un secondo tempo, il capolavoro cinematografico di Mario Monicelli, con Alberto Sordi come protagonista. Sul palco, insieme a Dapporto, sono impegnati Susanna Marcomeni, Roberto D’Alessandro, Fabrizio Coniglio - che ha curato anche l'adattamento e la regia dello spettacolo - e Federico Rubino. Lo spettacolo, andato in scena al Circus, rientra nella cinquantaduesima Stagione Teatrale della Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara”.
A margine dello spettacolo l’attore ci ha gentilmente concesso un’interessante e corposa intervista.

- Massimo Dapporto in Teatro con “Un borghese piccolo piccolo”, spettacolo ripreso dal romanzo di Vincenzo Cerami, che parla del passato ma che è ancora tremendamente attuale. Questo racconto quanto rispecchia nella società italiana?
- “È uguale a quello che succede oggi, è stato scritto a metà degli anni ’70, ha 40 anni, però tutto quello che si è verificato allora si continua a verificare perché nel dna di noi italiani ci sono dei difetti congeniti e non c’è la possibilità di migliorare, perlomeno spero che ci sia questa possibilità, ma per il momento non diamo segnali di miglioramento. Questo lavoro, i cui segnali forti sono la corruzione e la raccomandazione, e in più c’è anche l’aspetto della giustizia fai da te, nel senso che quest’uomo che perde improvvisamente il figlio decide di vendicare la sua morte diventando a sua volta l’assassino ed il carnefice di suo figlio. Il pubblico devo dire che stranamente, e anche in maniera preoccupante, è dalla parte del protagonista, pur essendo un criminale questo Vivaldi, questo impiegato del Ministero, il pubblico è dalla sua parte. Sono dei segnali abbastanza preoccupanti per quanto riguarda la società”.
- Da questo racconto è stato tratto anche un film. Come si adatta il racconto letterario al Cinema e al Teatro?
- “Per quanto riguarda il film, per ‘Un borghese piccolo piccolo’ la regia era di Monicelli, Alberto Sordi, che ha curato l’interpretazione, ha vinto anche diversi premi, Sordi per ogni film che faceva doveva essere premiato perché era veramente l’italiano medio e penso che la figura dell’italiano lui l’ha raccontata per tutta la vita. Diveramente dalla sceneggiatura cinematografica, dove avevano lavorato grandi sceneggiatori che avevano un pochino messo da parte alcuni aspetti del personaggio, di questo Vivaldi, noi ci siamo attenuti fedelmente al testo di Vincenzo Cerami, per cui diciamo che ci è stata data la possibilità di fare un’operazione diversa rispetto al film, quindi si riscontrano alcuni caratteri del personaggio che sono dei segnali di una potenzialità di quest’uomo di commettere un assassionio e addirittura di essere pronto a tutto pur di favorire la carriera del figlio e infine si iscrive anche alla massoneria per avere come risultato finale il compito che lui passerà al figlio. È un’azione deplorevole che fa perché si fa passare il compito per poter passare l’esame di ammissione per entrare al Ministero come impiegato a sua volta subentrando alla fiura del padre. Però è un’azione criminale questa perché vai contro ad altre persone che hanno più meriti di te e che non hanno la possibilità di entrare ed avere quel lavoro perché c’è qualcuno che è raccomandato che subentrerà a loro”.
- Quant’è importante l’aspetto grottesco che regala dei momenti di comicità?
- “È il contrappunto praticamente, c’è la prima metà dello spettacolo che è abbastanza divertente, però poi, dopo la morte del figlio, ucciso da un proiettile vagante, da un colpo di pistola che non era indirizzato a lui, rimane colpito e muore tra le braccia del padre e da quel momento la commedia viene rappresentata come una tragedia: per quest’uomo non c’è più futuro prchè muoiono tutte le sue speranze con il figlio”.
- Non è la prima volta che si esibisce a Pescara, che accoglienza ha ricevuto in passato e come ha ritrovato il pubblico?
- “Ho avuto sempre un’ottima accoglienza, ieri la sala era piena, alla fine ci hanno fatto i ringraziamenti, ci hanno fatto tantissimi applausi, la gente è rimasta soddisfatta e mi ha fatto un gran piacere. Tra l’altro sono stato già qui l’altr’anno perché con Tullio Solenghi avevo fatto un altro spettacolo, ‘Quei due’, ed era tutto completamente diverso come storia. Era la storia di due omosessuali che vivevano insieme da oltre trent’anni e in un negozio da barbiere succedevano cose molto divertenti. L’altr’anno era una commedia ed il pubblico rideva tanto, quest’anno c’è il modo di riflettere tanto perché non soltanto ride, ma oltretutto ritrova se stesso in scena”.
- È stato protagonista anche di diverse fiction in cui ha comunque si ritraeva uno spaccato di vita reale e della società. Per lei la televisione e gli attori che ruolo hanno in questo senso?
- “La televisione è un libro di lettura, un mondo: chi guarda con attenzione queste fiction si può rendere conto se sono delle emerite stupidaggini, delle sciocchezze o se ce ne sono alcune che hanno un valore sociale grosso. C’è la possibilità di vedere se stessi guardando la televisione e di correggere i propri difetti, sono dei prodotti televisivi seguiti attentamente e alcune volte piacciono. Io devo dire che guardo pochissimo la televisione, per cui non posso dare un giudizio sulle fiction se non su quelle americane che guardo molto e se poi improvvisamente cambio canale e torno alle fiction italiane noto la differenza che c’è, c’è una differenza di taglio di storia perché quelle americane ti prendono molto, quelle italiane dopo averle viste per un po’ ti annoiano. Però devo dire una cosa: per quanto riguarda il dialogo le fiction italiane hanno una chiave di lettura che impronti il pubblico, il pubblico si convince di più con le fiction italiane che con quelle americane: quelle americane possono accontentare di più un pubblico che vuole azione, movimento fatto in un certo modo, il montaggio delle scene fatto in un certo modo, con la possibilità di seguire sempre con attenzione e anche con apprensione dentro la storia. Invece nelle fiction italiane ci sono anche dei momenti di grossa noia, però sono più per le americane”.
- Nella recitazione ha seguito le orme di suo padre, per lei a livello professionale quanto è stato importante il modello paterno per diventare un buon attore?
- “Il modello di mio padre mi è servito moralmente, per come sapermi comportare nei confronti dei colleghi, della stampa, del pubblico che viene a conoscerti e che ti ferma per strada. Io sono molto disponibile e questo mi ha insegnato mio padre. Per uanto riguarda la recitazione io non avevo niente da imparare da mio padre perché lo ricordo molto perché parecchi nelle cose che faccio mi dicono ‘sembra suo padre’, quindi ho cercato di diventare altre cose altrimenti diventavo Carlo Dapporto. Ho fatto la mia carriera indipendentemente da lui, partendo dall’inizio in cui si parlava di raccomandazioni, io non ho avuto raccodmandazioni perché sono contrario, né tantomeno io ho raccomandato mio figlio a qualcuno perché ognuno deve seguire la propria strada se ha la possibilità di farlo, se ha i mezzi intellettivi, culturali, se è una persona sensibile, intelligente, ognuno va avanti per conto suo, non deve essere indirizzato dal padre o dalla madre, a meno che non veda che c’è qualcosa che non funziona nel figlio. Se c’è la vocazione artistica è meglio che lo si faccia fuori dalla protezione paterna: se cominci a lavorare con il tuo genitore che sta molto più avanti di te e lavori per anni con tuo padre, nel momento che tuo padre non c’è più tu sei tagliato fuori ed è difficile poterti inserire in altre compagnie, sei identificato sempre come la figura che era sotto l’ala paterna. Per cui mio padre mi ha insegnato la disponibilità appunto nei confronti degli altri”.

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