Articoli filtrati per data: Domenica, 23 Aprile 2017

Pescara. Partono i lavori per la riapertura del ponte ciclopedonale sul fiume Pescara. E' il ponte di legno che attraversa il fiume Pescara realizzato nell'anno 2000, la cui chiusura datata 2015 aveva di fatto reso impossibile l'utilizzo della pista ciclabile dell'argine fluviale.

“Tornerà presto percorribile il ponte di legno che si trova all'altezza di Piazza Pierangeli, realizzato dalla Provincia nel 2000 con tavoloni incrociati di larice alpino – annuncia il vice sindaco e assessore ai Lavori Pubblici e Manutenzione stradale Antonio Blasioli – Il larice alpino è un'essenza caratterizzata da una grande resistenza ad eventi meteorici e a fuoco accidentale (sigarette, petardi e similari), ma al ponte erano stater deliberatamente appiccate le fiamme, gesto vandalico che ha finito per danneggiare la passerella e renderla impraticabile. Infatti ne ha determinato la chiusura con un cancello e ha di conseguenza provocato anche l'impraticabilità della pista ciclabile lungofiume, essendo l'infrastruttura uno snodo per chi viene da ovest e vuole raggiungere il centro città con le due ruote, senza dover percorrere via del Circuito, spesso intasata di traffico e pericolosa per le due ruote.
Diversi i passi fatti. In primis l'accordo con la Provincia con cui il Comune si è caricato gli oneri relativi a questa pista ciclabile, a questo ha fatto seguito una gara di appalto da cui è stata individuata un'impresa che si è aggiudicata i lavori su cui gli uffici stanno facendo in questi giorni le verifiche di rito prima dell'assegnazione. Definita questa fase i lavori potrebbero iniziare già il 15 maggio e dovrebbero durare circa 30 giorni. Questo significa che per il 15 giugno o forse anche prima la pista ciclabile potrebbe tornare transitabile e così ricollegarsi a quella del Ponte Nuovo, proprio qualche giorno dopo la sua inaugurazione.
Con questo lavoro andremo a sostituire l'impalcato di legno della rampa di accesso lato nord del ponte con un impalcato metallico, più sicure e resistente e il materiale ligneo che recupereremo lo terremo per la sostituzione delle travi di legno che resteranno nella parte del ponte che passa proprio sopra al fiume.
Questa riqualificazione restituirà vita e quindi sicurezza a quell'angolo della città rimasto scollegato dal resto, cosa che ha esposto la zona a diversi problemi e rischiose frequentazioni. Tornando transitabile siamo certi che la situazione tornerà pienamente vivibile e il collegamento consentirà ai ciclisti di non percorrere via del Circuito che è pericolosa per l'intenso traffico a cui è esposta, restituendo a chi usa le due ruote un percorso ciclabile riservato e sicuro verso il centro cittadino o verso Porta Nuova.
Ancora una volta puntiamo sulla manutenzione dell'esistente, un punto cruciale della nostra agenda di governo, specie in un momento di grande difficoltà economica come quello che la nostra città vive.

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Pescara. “Il mercato di lunedì 24 aprile si farà in via Pepe, questo l'esito degli incontri effettuati in questi giorni, affinché l'appuntamento con la maggiore realtà mercatale della regione possa svolgersi senza problemi e in tempo per lasciare il campo alla messa in sicurezza della zona per la partita di campionato Pescara-Roma".

Così in una nota l'assessore alle Attività Produttive, del Comune di Pescara, Giacomo Cuzzi, che aggiunge: "Abbiamo lavorato per arrivare a questo risultato perché la sicurezza della partita potesse essere garantita così come il lavoro dei commercianti. Per riuscirci abbiamo messo in campo tutti gli strumenti disponibili, anticipando la chiusura del mercato e rafforzando la presenza di Attiva e Polizia Municipale per velocizzare gli interventi di liberazione dell'area. Il sì alla nostra proposta è arrivato oggi alla nuova riunione del Gos, ieri abbiamo fatto un sopralluogo con Attiva, Polizia Municipale, il settore commercio ed il settore manutenzione e la Pescara Calcio, così da programmare minuto per minuto i tempi per garantire il corretto posizionamento delle attrezzature di prevenzione e sicurezza della partita".
"Alle 12,30 il mercato terminerà - conclude Cuzzi - l'area sarà liberata entro le 14,30 e le forze di Polizia Municipale e Attiva saranno raddoppiate perché i tempi vengano rispettati: lo dobbiamo al pubblico che sarà numeroso allo Stadio Adriatico Cornacchia per assistere alla partita, ma lo dobbiamo anche ad un comparto che vogliamo sostenere con tutte le modalità possibili perché non venga penalizzato, ma diventi sempre più parte integrante con gli eventi che si svolgono in città, specie se sono così importanti”.

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Chieti. Si realizzerà uno spazio in cui trovare servizi di supporto di tipo sociale, psicologico, educativo, oltre a spazi di dialogo e confronto. Ai fini di una crescita equilibrata dei figli, in particolar modo preadolescenti e adolescenti, si vogliono sostenere le famiglie nel loro ruolo genitoriale, per uno sviluppo armonico ed equilibrato degli stessi.

I destinatari principali degli interventi proposti sono proprio le famiglie e i giovani che già frequentano lo Sportello orientamento di Erga Omnes, gli utenti che afferiscono al segretariato sociale comunale e i contatti facilitati nelle scuole tramite il CSV della provincia di Chieti. Interventi per i figli, a cura di Abruzzo Mindfulness, attraverso l’applicazione delle tecniche tratte dal protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction), per affrontare in modo costruttivo leforme di disagio, derivanti dalle difficoltà relative allo studio, alle relazioni familiari, alla gestione dell’ansia e delle emozioni.

 Interventi per i genitori, a cura dell’Istituto di Psicologia Relazionale Abruzzese (IPRA) Maria Grazia Cancrini, finalizzati a migliorare il rapporto e la comunicazione genitori e figli, ridurre i conflitti e migliorare le competenze genitoriali.

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L’Aquila. Il Secolo breve iniziò a finire prima del 1989. Dieci anni prima. Quando l’Unione Sovietica, in un eccesso di follia imperialistica, diede inizio all’invasione dell’Afghanistan. Proprio nel 1989, poi, l’Unione Sovietica completò il suo ritiro dall’Afghanistan. Ma, in quei dieci anni, era successo qualcosa che sta dimostrando di essere in grado di sostituire il conflitto tra Est e Ovest del mondo che caratterizzò il secondo Dopoguerra, insieme ad un processo ambiguo, irrisolto e comunque fondato sulla diseguaglianza, di de-colonizzazione. Gli USA, e i loro alleati, allora puntarono, con aiuti finanziari, militari e logistici, per contrastare l’URSS, su una guerriglia che faceva dell’Islam, il collante ideologico per un disegno che non era solo di liberazione dell’Afghanistan, in realtà, ma di egemonia politica globale. Quella guerriglia, a partire da quel momento, e poi nel 1992, con la dissoluzione statuale dell’ex-URSS, si fece Stato, in Afghanistan, e precisamente Stato Islamico, con il governo dei cosiddetti Talebani. Che, rapidamente, instaurarono un regime dittatoriale teocratico, caratterizzato dalla assenza di ogni libertà civile e da uno stato di permanente e pesantissima sottomissione delle donne.

La mattina del 17 gennaio 1991, prima delle sei del mattino, insieme ad altri della sola CGIL (di una parte della CGIL, per essere precisi), ioero davanti ai cancelli dell’ex-Italtel a fare un presidio e volantinaggio, perché quel giorno vi fosse sciopero. La notte erano scattati i primi bombardamenti che una coalizione di Stati, tra cui l’Italia, guidata dagli USA di Bush senior, effettuò su Bagdad e altri obiettivi in Iraq, a seguito della invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Alcuni si opponevano a quella guerra. La CGIL, ufficialmente, non poté dichiarare lo Sciopero Generale contro la partecipazione dell’Italia a quel conflitto. Io assistetti al Direttivo Nazionale della CGIL in cui Ottaviano Del Turco, all’epoca Segretario Generale Aggiunto della CGIL nazionale, di fatto, minacciò la scissione del Sindacato, se si fosse giunti a proclamare lo Sciopero nazionale in corrispondenza con l’avvio del conflitto. Una parte della CGIL non si rassegnò, e provò a mobilitarsi egualmente in modo articolato sul territorio. Ottenendo un primo successo, il giorno dopo l’apertura del conflitto. In molte fabbriche i Lavoratori fecero effettivamente sciopero: alla ex-Italtel a L’Aquila, ad esempio, lo sciopero fu pressoché totale. Ma, poi, non vi fu un movimento capace di avere un respiro nazionale, e globale, per provare a dare prospettive diverse. Un’idea di Pace giusta per il mondo.

Ricordo invecenitidamente, di quei giorni, la fila delle persone nei supermercati. Si diffuse una sorta di psicosi. Le persone avevano paura che la guerra portasse via il cibo. Dalla televisione, in diretta, tramite la CNN, ciascun cittadino del mondo, poteva sentire, e vedere, i proiettili della contraerea irachena, illuminare la notte. Il pilota italiano, e aquilano, di un aereo da guerra, fu mostrato prigioniero e tumefatto in televisione, a dichiarare il proprio errore, per aver accettato di partecipare a quella guerra. Saddam Hussein, capo di un regime dittatoriale, ma laico, nella morsa di una sproporzione di forze impressionante, non esitò a ricorrere all’appello alla religione comune, l’Islam, nel tentativo di mobilitare in suo favore altri Paesi Arabi, e i popoli di quei Paesi, anche contro le loro classi dirigenti. Restando solo, però. Ma contribuendo a costruire una idea di contrapposizione, tra Islam e Occidente.

E’ in questo volgere di anni che trionfa l’economia di mercato. Ma, soprattutto, che trionfa un’idea finanziaria e monetarista dell’economia di mercato che, privata di un modello globale alternativo, quello della ex-Unione Sovietica, inizia a ritenere del tutto insostenibili anche i costi del compromesso socialdemocratico e dello Stato Sociale. E si globalizza, marginalizzando e abbandonando a sé stessi tanti Paesi ritenuti ormai inutili perché troppo poveri, perché incapaci di generare fatturati interessanti. Il conflitto israelo-palestinese attraversò fasi alterne, di rivolte di massa, di oppressione e di disperazione, con attentati sanguinosi e indiscriminati. L’Occidente, e Israele, delegittimarono in ogni modo Yasser Arafat, leader laico del popolo palestinese, sposato con una cristiana. E, anche in Palestina, passando per forme di mutuo soccorso contro la miseria e la disoccupazione, si affermarono formazioni politico-militari che fanno ancora oggi dell’Islam, il loro collante ideologico principale, a partire da Hamas. Le prime elezioni multipartitiche in Algeria, nel 1991, furono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza. I militari algerini, non accettarono il risultato elettorale, e un loro golpe cancellò il voto popolare, dando il via ad una stagione di orrendi massacri di civili. Realizzati da gruppi islamici, ma in un rapporto estremamente ambiguo con i militari al potere. Una situazione simile, sia pure con minori eccessi di violenza, avvenne in Egitto, con i Fratelli Musulmani che, più volte, vennero privati dei loro risultati elettorali e messi anche fuori legge.

L’Islam iniziò a divenire il paravento strumentale, ma anche il collante identitario, che tiene insieme conflitti e soggetti tra loro diversissimi e spesso rivali. In un contesto economico di durissima ristrutturazione capitalistica nel mondo, e negli stessi Stati Occidentali, divenuti nel frattempo, con la caduta del Muro di Berlino, oggetto di flussi migratori, sempre più massicci e caotici, di persone che sognano un futuro diverso per sé e per i propri figli. Prese il via una pesante ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, de-localizzando quasi tutte le attività puramente manifatturiere, ma non solo, in paesi con costi del lavoro e diritti sindacali incomparabili con quelli dei lavoratori europei e anche statunitensi. Responsabili della disoccupazione di massa divennero i poveri del Sud-Est asiatico, e dell’Est europeo, e non il capitale multinazionale che aveva deciso di frammentare i processi produttivi e mettere l’accento sulla pura speculazione finanziaria, capace anche di mandare in fallimento interi Stati nazionali, come l’Argentina, o come rischiò l’Italia nel 1992-93. La Cina iniziò ad entrare prepotentemente nel mercato mondiale, con il suo infinito esercito di lavoratori senza costi, avendo, a sua volta, represso nel sangue in piazza Tienanmen, i tentativi di democratizzazione del Paese. L’Italia inizia a conoscere, come fenomeno visibile ed enfatizzato dai media, gli albanesi, i polacchi, i senegalesi, i marocchini, i tunisini, i filippini, i nigeriani…

E iniziano ad esserci, quelli che cominciano a teorizzare un’unità possibile e un comando unico, nel conflitto diffuso, articolato, sparso su tutto il globo, dalla Cecenia all’Indonesia, dal Sudan al Mali, all’India. Alcune correnti del pensiero islamico vogliono, coscientemente, imporre la propria egemonia, innanzi tutto all’interno del mondo islamico. Anche con la violenza. In ciascuno degli Stati in cui l’Islam è presente come orientamento religioso. E in rapporto ambiguo, nascosto e malato, con le élites al potere in molti degli Stati della penisola araba e anche del Corno d’Africa. Questa lotta per l’egemonia, attraversa trasversalmente anche la frattura storica nell’Islam, tra Sciiti e Sunniti. L’Occidente, in questi anni, continua a considerare propri alleati Stati arabi con regimi dittatoriali e teocratici, discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le minoranze, e costruisce le proprie opzioni politiche e militari sulla base esclusiva delle sue convenienze (e delle convenienze delle sue imprese multinazionali), soprattutto sul piano energetico. Continuano a restare inapplicate le decisioni dell’ONU sulla Palestina. La democrazia, i diritti civili, in larga parte del mondo continuano ad essere l’eccezione, e non la regola. E quando l’Occidente, ha la possibilità di intervenire militarmente, e salvare, la minoranza musulmana nel conflitto serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa dei primi anni ’90, non lo fa, e non impedisce l’orrenda strage di Srebrenica del 1995, ai danni di migliaia di civili musulmani bosniaci da parte dei cristianissimi soldati di RatkoMladic.

Questi conflitti, questi rivolgimenti, avvengono sotto l’occhio delle telecamere. In larga parte. In un mondo dove gli spostamenti delle persone sono diventati sempre più facili. Dove le tecnologie informatiche, sempre più iniziano a diffondere globalmente messaggi e dottrine, in modo esponenzialmente più veloce e diffusivo rispetto ad ogni altra esperienza del passato. Le tecnologie dell’informazione iniziano ad essere l’infrastruttura globale necessaria, non solo ad una economia che travalica ogni confine statuale, ed anzi confligge con gli stati, imponendo loro sempre più pesanti limitazioni del potere, ma anche il veicolo con il quale, da una caverna dell’Afghanistan, l’ex alleato degli USA contro l’ex-Unione Sovietica, Osama Bin-Laden, lancia i suoi proclami di Guerra Santa contro il Satana occidentale. Incontrando orecchie attentissime ovunque. E’ in questo magma di contraddizioni irrisolte, di errori, di sottovalutazioni, di furbizie, di cinismo ipocrita, di strumentalizzazioni continue; è in questo mondo di oppressioni e di sfruttamento, di polarizzazione della ricchezza e di diffusione della povertà, dove grandi multinazionali private posseggono quasi tutte le sementi per la coltivazione, determinano le politiche energetiche e le guerre degli stati: è qui che si apre il grande inganno della seconda guerra del Golfo, dopo il trauma degli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Una operazione militare costruita scientificamente sulla base di informazioni false, contro un nemico debole e indifendibile anche sotto ogni profilo (il facile capro espiatorio Saddam Hussein), determinata prevalentemente da ragioni di carattere geopolitico e di interesse sul petrolio iracheno, che produce la disgregazione dell’entità statuale dell’Iraq, artificialmente creata dopo la Prima Guerra Mondiale e posta allora sotto protettorato inglese, liberando schegge di conflitto in tutto il mondo. E un terrorismo che, ancora oggi, uccide centinaia di migliaia di civili iracheni.

Il tempo che intercorre tra l’invasione dell’Afghanistan, da parte dell’ex-Unione Sovietica, e l’invasione dell’Iraq, a caccia di fantomatiche armi di distruzioni di massa (1979-2003)è il brodo di coltura in cui fermenta una nuova specie di conflitto. Probabilmente destinata a caratterizzare un tempo lungo del nostro futuro. Il conflitto armato che oppone soggetti privati transnazionali ad entità statuali. E’ una tipologia di conflitto sostanzialmente nuova nella storia umana. Che pure ha conosciuto movimenti di liberazione, o guerre civili, o colpi di stato, o forme varie di terrorismo, anche da parte della criminalità organizzata. E’ una “privatizzazione” del conflitto, come disse profeticamenteHobsbawm alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Potremmo dire, visti anche gli ultimi avvenimenti sul suolo europeo, una “individualizzazione” del conflitto. Che appare essere addirittura fine a sé stesso, senza i tradizionali legami con ideologie e gruppi di riferimento, che appaiono sullo sfondo, costituendo una sorta di holding della rivendicazione, più che una struttura logistico-militare capace di ispirare, ed appoggiare, le azioni compiute in un disegno bellico organico e coerente.

Siamo noi, colpiti nei nostri Paesi, mentre nei Paesi del Medio Oriente, in prevalenza, la maggioranza assoluta delle vittime (il cui numero assoluto è incomparabilmente superiore alle vittime “occidentali”) professa la religione musulmana, a cercare e immaginare di comprendere una strategia complessiva. Dando a queste azioni, il crisma di una pianificazione di attacco al “modo di vita occidentale”, ai suoi diritti, alle sue libertà. Siamo noi che abbiamo “bisogno”, per spiegare tanta inumanità, di collocare gli assassinii collettivi che avvengono in Europa e nel mondo, contro obiettivi “occidentali”, in una cornice che provi a darne conto razionalmente. La disgregazione degli Stati di Siria (ultimo avamposto di riferimento della Russia nello scacchiere del Medio-Oriente, anche per questo abbattuto), ed Iraq, e poi della Libia; l’ambiguo comportamento della Turchia, in funzione anti-curda, e degli stati arabi del Golfo, da sempre “alleati” dell’Occidente e finanziatori di fondamentalismo islamista, ha prodotto un nuovo modo della guerra. Un tentativo di nuova unità statuale, il cosiddetto Califfato, che dichiara guerra in ogni direzione. E che trova ascolto in Europa, prevalentemente, da parte di figli dell’Immigrazione.

Nell’era dei social network, della economia di mercato globalizzata e finanziarizzata; nel permanere di una gravissima crisi economica globale iniziata nel 2008, che genera ovunque disoccupazione, marginalizzazione e polarizzazione della ricchezza, diseguaglianze diffuse, la violenza armata non è più neanche conflitto, ma distruzione e auto-distruzione disperata, folle, irredimibile, senza mediazioni possibili. Assume quasi i contorni di uno scontro globale che gli adoratori della morte portano nelle nostre città, e, soprattutto, in interi territori, dall’Iraq, alla Siria, alla Libia, alla Somalia, alla Nigeria. La vera posta in gioco, su un piano politico-culturale, prima che si apra la prospettiva di una guerra totale e globale, è quella di impedire che si saldino due fronti contrapposti: noi contro loro, e loro contro noi. Che è un obiettivo presente in entrambe i fronti “in formazione”. I confini, tra “noi” e “loro”, sono in realtà labilissimi. Mentre chi lucidamente punta allo scontro vorrebbe fossero semplici e nitidi, confini di “razza” e di religione.

All’interno dei paesi europei, ma anche negli USA, forze molto potenti cercano di compiere un’operazione culturale estremamente pericolosa. Quella dell’identificazione tra immigrazione e terrorismo. E, ad accrescere la pericolosità di questa operazione culturale, sociale prima ancora che politica, è la coincidenza, fisica persino, tra chi stabilisce questa equazione folle e quelli che sono i principali responsabili dell’attuale disastro economico globalizzato: liberisti selvaggi, ortodossi custodi dei pareggi di bilancio e di politiche monetarie restrittive, cultori della diseguaglianza spacciata per meritocrazia. Saccheggiatori delle risorse energetiche, privatizzatori convinti. Sono loro che ci condurranno sull’orlo del baratro dell’annientamento totale, per mascherare il fallimento delle loro false promesse di un mercato che, da solo, sarebbe capace di diffondere il benessere, annientando gli Stati e l’intervento pubblico nell’economia, depredando e distruggendo i Beni Comuni, a partire dall’Ambiente. L’Europa, la parte migliore e più generosa delle sue popolazioni, dopo la distruzione del Secondo Conflitto Mondiale, ha costruito società aperte, solidali, per quanto possibile. Oggi pesantemente sotto scacco dall’ortodossia economica che peggiora le condizioni materiali dei suoi cittadini. Una società aperta non è, e non può essere, strutturalmente, del tutto difendibile da attacchi indiscriminati. Dobbiamo saperlo. Purtroppo. Ne abbiamo testimonianza dolorosamente frequente in questi tempi. A meno di non mutare la propria natura, in una società militarizzata.

Chi, in questi giorni di dolore e disorientamento, evoca l’esempio di Israele, come quello di una società “democratica” che, quotidianamente, affronta i costi umani ed economici per tentare di avere una sicurezza reale per i propri cittadini, omette, in modo scandalosamente colpevole, di ricordare che tra i prezzi che quella società paga, per questo obiettivo, c’è il prezzo dell’apartheid verso il popolo palestinese e il prezzo dell’essere una potenza nucleare che costruisce muri, per separare, e porta via terre ed acqua. Senza avviare alcun processo di Pace concreto. La militarizzazione della società, ha un prezzo: quello della Libertà. Io penso che l’Europa non debba chiedere a sé stessa di somigliare ad Israele, o agli USA vagheggiati da Donald Trump, in cui ognuno possa liberamente armarsi e immaginare di poter separare il proprio destino da quello del resto del mondo. Mi permetto di scrivere queste righe, sapendo di correre il rischio della presunzione, perché credo che sia necessario, oggi più che mai, ragionare. Articolare, distinguere. Ascoltare. E combattere. Combattere contro chi, per pura scena mediatica, per semplificazione strumentale, per creare un clima favorevole a provvedimenti restrittivi della Libertà, per un consenso elettorale miserabile, continua a dire che “siamo in guerra”.

Abbiamo memoria, di cosa fu, la Seconda Guerra Mondiale? L’orrenda contabilità di morti, feriti, deportati; delle distruzioni?Nonostante il dolore, e anche la rabbia, noi non siamo in guerra. Noi siamo dentro uno scontro globale, che non ha confini riconoscibili, che vuole, come obiettivo, sostituire la paura alla ragione. Che vuole creare le condizioni per una separazione tra culture e persone, armandole le une contro le altre, in un ciclo di risentimento infinito, in cui ci si perda dietro la ricerca delle colpe mentre ci si continua ad uccidere. Io non posso permettermi di dire di avere ricette capaci di risolvere problemi che, probabilmente, segneranno il mondo nei prossimi anni. Però, mentre ogni azione di contrasto possibile al terrorismo va posta in essere, io credo si debba anche intervenire per togliere ogni alimento alle macchine di morte.

Occorre intervenire sui flussi finanziari. E su una globalizzazione della finanza che ha prodotto e produce solo danni. Occorre liberalizzare gli stupefacenti che sono un formidabile elemento di finanziamento del terrorismo e del malaffare. Occorre una politica energetica che superi la dipendenza dal petrolio. Occorre una ridefinizione delle relazioni internazionali che metta al centro i principi della reciprocità nei diritti e nelle tutele. E isoli dittature e teocrazie. Occorre creare uno Stato Palestinese, e anche uno Stato Curdo. Occorre una politica che smetta di depredare le risorse dei Paesi poveri e li metta realmente in condizione di dare un futuro ai propri cittadini. A partire dall’istruzione e dalla parità tra uomini e donne. Occorre una politica che governi i flussi migratori, anche in nome di un riconoscimento vero dei valori che informano la vita civile dei Paesi di accoglienza. In Europa, e nei cosiddetti Paesi occidentali, le politiche devono virare nel segno dell’Eguaglianza. Io penso che sia ora, in questo tempo, che ancora possiamo dare una possibilità alla Pace e alla Giustizia. E sconfiggere, anche con i nostri comportamenti quotidiani, gli adoratori della morte e i fomentatori vili dell’oppressione e della diseguaglianza.

Infine, credo sia giusto porsi la questione anche, in questo quadro, di cosa un Ente Localecome il Comune dell’Aquilapossa concretamente compiere, in funzione di un’idea di convivenza, di integrazione, di scambio, tra culture diverse. Occorre innanzitutto riconoscere che esistono, dei conflitti. Nella mia esperienza di lavoro, io mi sono sentito dire, da un muratore macedone, che bisognava impedire l’afflusso di nuovi migranti dall’Africa, perché ruberebbero il lavoro, che già è scarso. Il potenziale conflitto sul lavoro si disarticola solo se le regole del lavoro vengono fatte applicare ovunque. Se non si permette, negli appalti, nell’assenza di controlli, il lavoro nero, strozzando al massimo ribasso le soglie d’accesso; se, per quanto possibile, la competizione tra imprese, si sposta sul piano della qualità e non su quello dei costi. E’ inammissibile che nei cantieri della ricostruzione il personale che lavora sia, nella sua quasitotalità, inquadrato come “manovale”. Attraverso questa strada si sfrutta illecitamente il lavoro delle persone, dequalificando le professionalità. Si tengono bassi illecitamente i costi, aumentando i margini di profitto e costruendo conflitti tra le persone, che possono divenire anche conflitti tra etnie. Così vale anche per la pratica diffusa, e ricattatoria, cui deve sottostare chi è più debole. E che, per questo, diventa concorrenza sleale verso chi appaia più garantito, delle buste paga da lavoratori part-time, che invece lavorano a tempo pieno, con una parte del salario, erogata in nero, o con la pratica di buste paga firmate per importi, che, invece vengono versati in contanti, in forma ridotta, rispetto a quanto dichiarato.

Il Comune dovrebbe promuovere, in collaborazione con altri Enti ed Istituzioni, campagne di controllo delle regole del lavoro, anche negli orari diversi dei locali aperti la sera: l’applicazione eguale di regole nel lavoro, è uno degli elementi che previene il conflitto tra persone, ed etnie. L’Educazione è il terreno privilegiato della integrazione e dello scambio culturale. In ogni ordine e grado delle Scuole, dai Nidi e fino alle Superiori, il Comune potrebbe promuovere programmi specifici di conoscenza reciproca, anche sul piano culinario, ad esempio. Puntando, in particolare, sull’educazione delle donne e delle bambine, sullo sport. E’ sulla libertà delle donne, delle migranti, in particolare, che si gioca il processo di integrazione e di dialogo tra culture. Ed è qui, che andrebbero predisposti specifici programmi educativi, e di confronto. Senza rinunciare alle nostre leggi, cui tutti e tutte devono conformarsi. E neppure alle nostre tradizioni, anche, che possono essere messe a confronto con le tradizioni di altre culture. E, come per il lavoro, il Comune dovrebbe promuovere piani di intervento e di controllo, sul piano fiscale, per tutte quelle prestazioni di carattere sociale che possono essere erogate. La certezza della parità di diritti, e di doveri, è uno degli strumenti che previene il crearsi dei conflitti. Così come il Comune deve impedire il formarsi di enclaves abitative a caratterizzazione etnica. Ma deve anzi promuovere la mescolanza delle persone e la convivenza pacifica, e l’uso di spazi comuni, soprattutto per i bambini e per i loro giochi.

Ad Avezzano, luogo di fortissima immigrazione, ho visto persone di religione islamica, recarsi in angoli nascosti della città, e trovare lì un cartone sul quale inginocchiarsi, e una bottiglia d’acqua, per lavarsi simbolicamente le mani. E, per strada, pregare rivolti in direzione della Mecca. L’isolamento produce conflitto. La degradazione nel praticare un culto, produce risentimento. Chiusura. E’ necessario immaginare un luogo di culto islamico a L’Aquila. Sottoposto alla nostra legislazione civile. E che possa favorire apertura. Il dialogo interreligioso.

Nessuno distrugge, quel che impara ad amare.

Pubblicato in Cultura e eventi

L'Aquila. ll deputato Mdp Gianni Melilla (Mdp) interviene con un'interrogazione al Ministro del Lavoro a seguito dei licenziamenti avvenuti nella Magneti Marelli di Sulmona.


"Alla Magneti Marelli di Sulmona (L'Aquila) - si legge nell'interrogazione - è stato licenziato un caporeparto con un'anzianità di lavoro di 30 anni. Contro il licenziamento, gli operai hanno risposto con uno sciopero di otto ore nei tre turni di lavoro. Tale atto di arroganza aziendale segue una serie di atti d'intimidazione e provvedimenti disciplinari nei confronti di molti lavoratori, denunciati puntualmente dalle organizzazioni sindacali. I sindacati denunciano un netto peggioramento dei carichi di lavoro e delle condizioni di sicurezza per la spasmodica ricerca dell'aumento ad ogni costo della produzione.-: Se non intenda, tramite i suoi uffici periferici, accertare le denunce dei sindacati e ricondurre alla normalità le relazioni sindacali. Gianni Melilla deputato Articolo1 Movimento Democratico Progressista".

Pubblicato in Politica

L'Aquila. "Mauro Febbo continua a entrare a gamba tesa su una vicenda delicata come quella del nuovo ospedale di Chieti".
"Incurante del fatto che vi sia un’istruttoria in corso da parte della Asl teatina, egli raccatta documenti da agitare in maniera strumentale davanti a telecamere e taccuini. Si metta l’anima in pace: non sarà lui a scrivere la parola definitiva su questa complessa vicenda.
C’è un atto tecnico da completare e soprattutto c’è una Giunta regionale che ha ben chiaro l’obiettivo: dare rapidamente alla città di Chieti e al suo comprensorio un nuovo presidio ospedaliero, poiché quello attuale è a rischio sismico. Se la proposta della ICM non sarà percorribile, verranno valutate le alternative".
"L’ostilità al progetto da parte di Febbo - che nei 66 mesi della Giunta Chiodi non è riuscito neanche a concepire l’idea di un nuovo nosocomio per Chieti - è comprensibile dal suo punto di vista - conclude Balducci - lo è molto meno la volontà di giocare allo sfascio pur di non vedere realizzata da altre maggioranze un’opera pubblica fondamentale per la collettività".

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