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Domenica, 09 Aprile 2017 00:00

Troppa Virtus per le Furie

Bologna. Pesante sconfitta esterna per le Furie, costrette ad arrendersi allo strapotere Virtus (91-71). I teatini, penalizzate sin da subito dall’efficace giro palla delle V nere, quasi sempre finalizzato con una realizzazione dalla lunga distanza in una serata che ha visto le percentuali al tiro sorridere ai padroni di casa, sono state costrette ad inseguire per tutti e quaranta i minuti di gioco. Duo USA bolognese da stropicciarsi gli occhi (22 punti per Umeh e 15 per Lawson), per i biancorossi sono da segnalare le buone prestazioni di Golden (29 punti) e capitan Sergio (10 punti), con Mortellaro ben contenuto sotto le plance (un solo rimbalzo conquistato).

Cronaca. Alla contesa iniziale i padroni di casa si presentano con Spissu, Umeh, Rosselli, Ndoja e Lawson rispondono le Furie con Golden, Piccoli, Davis, Allegretti, Mortellaro.
La Virtus, sin da subito, prova a lasciare la propria impronta e, grazie alle bombe di Spissu e Umeh si porta subito sul 6-0 ma le Furie, grazie al 2/2 di Mortellaro a cronometro fermo e alla tripla di Piccoli, rientrano subito in partita (6-5). La Proger, chiudendo l’area in maniera maniacale, si espone in maniera pericolosa al tiro dall’arco Virtus e gli uomini di Ramagli, in una serata di straordinaria grazia ne approfittano, costringendo coach Bartocci a chiedere il minuto di sospensione dopo poco più di sei minuti dall’avvio del match (21-13). Alla ripresa del gioco però l’andamento del match non cambia, con la Virtus che prova a ritagliarsi un vantaggio importante sin dal primo quarto, tirando con alte percentuali e raccogliendo numerosi rimbalzi e con Chieti che, grazie alle penetrazioni di Golden, prova a limitare come può il gap. Dopo 10 minuti, il risultato si attesta sul 35-19. I migliori marcatori del primo periodo sono uno straordinario Umeh da 14 punti (1/1 da 2, 4/5 da 3 per un parziale da 21 di valutazione) e il solito Trae Golden che con i suoi 10 punti prova a scuotere i suoi. Dopo il primo mini intervallo le Furie provano a rientrare in partita con un parziale di 4-0 firmato Zucca-Golden (35-23) e, dopo il canestro di Spissu e l’1/2 dalla lunetta di Golden, coach Ramagli chiama la prima sospensione del gioco per discuterne con i suoi (37-24 a 07:48 dalla pausa lunga). I padroni di casa rientrano in campo con tutt’altro piglio e trainati da un gran Oxilia (5 punti in meno di due minuti), costringono coach Bartocchi a chiamare timeout (42-25 a 04:27). I biancorossi, con Golden e Sergio provano ad accorciare il margine tra le due squadre ma lo straripante attacco virtussino è incontenibile e i due team giungono alla pausa lunga sul 52-38. Sugli scudi, per i padroni di casa Umeh (14 punti) e un Lawson pericoloso sia dall’arco che da sotto canestro (13 punti) mentre per i biancorossi è in doppia cifra il solo Golden (18 punti, 6/7 da 2, 1/1 da 3).
Alla ripresa delle ostilità la Virtus continua a premere il piede sull’acceleratore e con il canestro di Rosselli e la tripla di Umeh, in poco più di un minuto, si ritaglia un mini parziale di 5-0 (57-38). I biancorossi accennano una timida reazione e con i liberi di Mortellaro e i canestri di Allegretti si riportano a meno 13 (57-44 a poco meno di sette minuti dall’ultimo mini intervallo). Le V nere, per nulla abbattute, rispondono con la tripla di Ndoja (60-44). Chieti sembra crederci e con un altro mini break di 4-0 (1/2 dalla lunetta di Mortellaro e tripla di Piccoli) si porta sul -12 (60-48). Nel momento di maggior spolvero teatino, le triple di un Umeh da sogno (toccata quota 22 punti) e i canestri di un immarcabile Ndoja (14 punti con 1/1 da 2 e 4/5 da 3) portano la Virtus a toccare al trentesimo quota 20 punti di vantaggio (78-58).
L’ultimo periodo, apertosi con una tripla di Sergio dopo il canestro di Pajola spinge coach Ramagli a chiamare un minuto di sospensione (80-61 .Proprio capitan Sergio, uno degli ultimi a demordere, realizza un 2/3 dalla lunetta (80-63). Gli ultimi cinque minuti sono di pura accademia. Il buzzer beater di Penna da centrocampo fa attestare il risultato finale sul 91-71.

Coach Bartocci, raggiunto dai nostri microfoni nella sala stampa dell’Unipol Arena, dichiara: “Siamo partiti troppo sottotono e troppo lentamente e questo ha condizionato tutto l’incontro. E’ stata molto brava la Virtus a tirare con alte percentuali, soprattutto perché hanno costruito ottimi tiri. Detto questo però, devo evidenziare le nostre carenze difensive perché tutte le loro conclusioni sono nate da penetrazioni e conseguenti scarichi sugli esterni e noi, ruotando sempre, abbiamo spesso colpevolmente lasciato l’uomo libero. Bravura loro ma a monte c’è stata una nostra incapacità di essere intensi sulla palla. Queste partite poi, al di là della differenza di valori indiscutibile, si giocano con il cuore e con l’anima e ciò si deve dimostrare sin dal primo minuto. Il loro approccio al match è stato migliore, abbiamo provato a reagire mischiando le carte, specie in difesa, però poi alla fine, sbagliando tiri aperti e perdendo palla scioccamente, non siamo riusciti a ricucire il margine. Dobbiamo impegnarci al massimo non solo dal punto di vista fisico ma anche e soprattutto da quello mentale, che è l’aspetto su cui più di tutto dobbiamo lavorare. Dobbiamo dare energia positiva ai ragazzi, non possiamo piangerci addosso ma dobbiamo cambiare atteggiamento, allenamento dopo allenamento e partita dopo partita. In questo momento siamo ai playout ma questo è un campionato strano e prima della certezza non ci arrenderemo. Domenica affronteremo Ravenna, una squadra molto forte ma non possiamo permetterci di staccare la spina perché una mentalità positiva potrebbe servire anche in caso di post season. Anche la posizione finale potrebbe cambiare tutto e noi non vogliamo lasciare nulla di intentato”.
Capitan Sergio, dopo una buona prestazione personale conclusasi con 10 punti, dichiara: “In un campo così difficile partire con 35 punti subiti nei primi dieci minuti porta un solco che poi è quasi impossibile da rimarginare. Abbiamo provato a rimetterci in partita ma le stratosferiche percentuali al tiro della Virtus hanno sicuramente influito sul risultato finale, che loro sono stati molto bravi a gestire. Il nostro obiettivo non è cambiato di una virgola, finché la matematica non ci condanna noi ci crediamo e faremo di tutto e anche di più per provare a raggiungere la salvezza diretta. Ovviamente abbiamo bisogno di qualche risultato che ci aiuti ma finché ci sono reali possibilità di salvarci senza passare per la lotteria dei playout noi ci crediamo”.
Dalla sponda Virtus invece, coach Ramagli dichiara: “Oggi, nonostante il mancato impiego di Bruttini, infortunato al gomito, la partita è stata condizionata dal fatto che noi fin da subito abbiamo fatto canestro e da una parte messo margine e dall’altra ci siamo sentiti invincibili perché chiunque tirasse faceva canestro e questo non ha potuto non allentare la nostra pressione difensiva, dove specie nella prima metà di gara siamo andati un po’ allegri in determinate situazioni. Siamo stati molto bravi a rimbalzo, limitando in maniera molto importante Mortellaro, giocatore capace di mettere in difficoltà qualsiasi difesa. Avendo il controllo sotto le plance, anche se non difendi al cento percento, non consente agli avversari di avere seconde possibilità e in un campionato equilibrato come il nostro non è poco. Siamo stati bravi a gestire il vantaggio nonostante abbiamo provato diverse rotazioni anche perché molti giocatori devono recuperare il proprio minutaggio. Siamo nelle prime quattro e questo per noi è un grandissimo traguardo”.

 

VIRTUS SEGAFREDO BOLOGNA - PROGER PALLACANESTRO CHIETI 91-71 (35-19; 52-38; 78-58)

VIRTUS SEGAFREDO BOLOGNA 91: Spissu 8 (1/2 da 2, 2/4 da 3), Umeh 22 (2/3 da 2, 6/10 da 3), Pajola 6 (3/3 da 2, 0/2 da 3), Spizzichini 2 (1/2 da 2, 0/3 da 3), Ndoja 14 (1/1 da 2, 4/6 da 3), Rosselli 9 (4/5 da 2, 0/1 da 3, 1/2 ai liberi), Michelori 5 (2/3 da 2, 1/1 ai liberi), Oxilia 5 (2/2 da 2, 1/2 ai liberi), Penna 5 (1/3 da 2, 1/3 da 3), Lawson 15 (3/5 da 2, 3/4 da 3), Bruttitni NE.

PROGER PALLACANESTRO CHIETI 71: Golden 29 (8/13 da 2, 2/3 da 3, 7/8 ai liberi), Mortellaro 9 (3/4 da 2, 3/5 ai liberi), Allegretti 4 (2/4 da 2), Fallucca 3 (1/3 da 3), Venucci 1 (0/2 da 2, 0/5 da 3, 1/2 ai liberi), Piccoli 8 (0/2 da 2, 2/2 da 3, 2/2 ai liberi), Zucca 2 (1/1 da 2, 0/1 da 3), Sergio 10 (1/4 da 2, 2/3 da 3, 2/3 ai liberi), Davis 5 (1/2 da 2, 1/5 da 3).

VIRTUS SEGAFREDO BOLOGNA 91: 20/29 da 2, 16/33 da 3, 3/5 ai liberi, 37 rimbalzi (di cui 12 offensivi) (Ndoja 6 di cui 2 offensivi), 16 assist (Spissu 6).

PROGER PALLACANESTRO CHIETI 71: 16/32 da 2, 8/22 da 3, 15/20 ai liberi, 19 rimbalzi (di cui 5 offensivi) (Sergio e Davis 4), 13 assist (Piccoli 4).

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Ortona. E' stata inaugurata oggi pomeriggio, in Corso Vittorio Emanuele 8, la sede del comitato elettorale di Angelo Di Nardo, candidato a sindaco di Ortona, sostenuto dalla coalizione di centrodestra formata da Fratelli d'Italia, Noi con Salvini e lista civica Libertà e Bene Comune per Ortona. Ospite d'eccezione, tra i tanti esponenti politici intervenuti, il senatore di Forza Italia, Antonio Razzi.

In un clima di festa, accolto dagli applausi dei tanti cittadini che hanno gremito la sala, Di Nardo ha dato ufficialmente il via alla sua avventura elettorale, aprendo uno spazio nel cuore della città.

"Questa vuole essere la casa di tutti, un punto d'ascolto dei cittadini, dei loro problemi, delle loro esigenze e delle loro proposte - ha commentato Angelo Di Nardo -. Crediamo fermamente nella necessità di rilanciare di Ortona, dopo un lungo periodo buio, causato dal disinteresse delle passate amministrazioni, che hanno procurato gravi danni. Per questo la città deve tornare ad esprimere un sindaco ortonese - ha aggiunto il candidato di centrodestra - e non deve più essere terra di conquista per personaggi catapultati da altre realtà".

Poi Di Nardo si è rivolto agli esponenti delle altre forze politiche del centrodestra, affinché tornino sui propri passi e convergano sulla sua candidatura: "Vedo in sala alcuni esponenti di una componente importante del centrodestra, alla quale lancio un appello per tornare a discutere ed andare uniti al voto".

Un aspetto sul quale si è soffermato anche il senatore di Forza Italia, Antonio Razzi, che ha avuto parole di elogio "per un giovane e valido candidato, competente e radicato nella sua città". Razzi, però, ha aggiunto: "Sono stupito di non avere trovato il simbolo di Forza Italia, il mio partito, vicino al nome di Di Nardo".

Il senatore abruzzese ha lanciato un duro affondo contro la scelta di Forza Italia. "Dicono sempre che solo uniti si vince - ha rimarcato Razzi - e allora non capisco perchè non abbiano appoggiato Di Nardo, un giovane volenteroso che ci mette la faccia. Non si possono fare le alleanze - ha concluso il parlamentare - con la logica dei compari e dei comparucci".

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Francavilla al Mare. Il Sindaco Antonio Luciani e l'amministrazione comunale esprimono soddisfazione per l'iniziativa proposta nella mattinata di oggi, domenica 9 aprile, per la raccolta firme a favore della riqualificazione di piazza Sirena attraverso l'abbattimento del palazzo. In tre ore, dalle 10 alle 13, sono state raccolte oltre un migliaio di firme. Un segnale che, secondo il primo cittadino Luciani, è molto importante: "Sono incredibili l'entusiasmo e la partecipazione dimostrate dai cittadini. In appena 3 ore oltre 1.000 persone hanno firmato per l'abbattimento della Sirena. Una città che vuole cambiare, protesa al futuro. Ancor più incredibile l'atteggiamento dei leoni da tastiera che dicono "NO" a prescindere e che non ne vogliono sapere della volontà popolare. Loro sono il centro del mondo, 4 gatti che senza alcun diritto vorrebbero decidere per tutti. A loro dico che non si può fermare il vento con le mani", dice Luciani, "ho trovato l'iniziativa dei banchetti un altro ottimo modo per dialogare con i miei concittadini, e li consulterò ancora, oltre la vicenda del palazzo Sirena, per le altre decisioni che riguardano la nostra città. In tantissimi questa mattina, anche non residenti ma innamorati della nostra città e del suo cambiamento degli ultimi anni, si sono fermati volentieri a parlare con noi, ci hanno esortati ad andare avanti su questo tema". Sabato prossimo la raccolta di firme si ripeterà di nuovo, sia in piazza Sirena che in piazza Adriatico.
Al proposito si legge socì in una nota del Movimento 5 Stelle: "Il Movimento 5 Stelle di Francavilla al Mare sulla questione abbattimento o riqualificazione del Palazzo Siena ha da sempre proposto un referendum quale perfetta forma democratica di partecipazione popolare. Tale proposta non è frutto di alcuna certezza perché la risposta popolare non è né scontata né conosciuta. Pertanto una raccolta firme estemporanea riguardante una questione ritenuta, evidentemente, importante da ogni parte politica rappresentata nel Consiglio Comunale risulta essere una forma di partecipazione non solo parziale, anzi parzialissima, ma anche non rappresentativa dell'intera volontà popolare cittadina. Inoltre un Referendum presuppone informazioni su ogni forma di soluzione possibile proprio per dare al cittadino una corretta consapevolezza di soluzioni e conseguenze".

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Napoli. Da amante delle sagre e di borghi, a settembre 2016 ero a Tornareccio (Chieti), la città del miele e del mosaico, e mi affacciavo nei vari stand degustando i pregiati mieli dei produttori locali, quando mi ritrovo a commentare con la signora Miralda ed il marito, anche loro in visita, dell’evento. Una parola tira l’altra, e vengo a conoscenza del figlio, Mauro Patricelli, un grande e noto compositore che vive in Danimarca. Inizia così uno scambio di informazioni per e-mail. Dopo 6 mesi l’ho incontrato a Napoli, nella perfetta cornice del Teatro San Carlo. Pertanto, quest’intervista ha il fine di promuovere attenzione per attirare ascoltatori in un territorio di ‘nicchia’ come quello dell’Abruzzo e Molise, e non solo. Ho voluto, inoltre, dare rilievo alla visione italiana dell’artista da un punto di vista politico/culturale. Seduti nell’Opera Café del Teatro, parto con la prima domanda fondamentale.

Chi è Mauro Patricelli?

Sono nato ad Ortona sulla costa e cresciuto a Tollo (Chieti), un paese di circa cinquemila abitanti. Gli studi musicali li ho iniziati abbastanza tardi in Abruzzo, inizialmente come pianista classico e contemporaneamente, dopo aver terminato il conservatorio a 19 anni, ho continuato gli studi di perfezionamento ad Imola nell’Accademia pianistica frequentando, al tempo stesso, l’università, combinando la musicologia con la storia orientale e soprattutto con l’etnomusicologia e l’antropologia musicale. Queste discipline, in particolar modo l’etnomusicologia, sono entrate nel mio background formativo influenzando profondamente il mio approccio alla musica e alla composizione. Da ragazzo ero soprattutto interessato alla musica classica e rock e non provavo alcun interesse per la musica popolare - musica di tradizione orale - che in Abruzzo, all’epoca, era rappresentata, principalmente, da cori folkloristici che proponevano una versione della musica popolare rielaborata in chiave semiecclesiastica. Spesso i direttori di cori appartenevano al mondo ecclesiastico. Il primo impatto autentico con la musica popolare abruzzese fu all’università di Bologna dove, studiando etnomusicologia, ebbi accesso a documenti e registrazioni effettuate in Abruzzo risalenti alla metà degli anni ‘50. Quel tipo di canti e di suoni mi erano del tutto ignoti. Quindi l’aspetto paradossale stava nel fatto che, nonostante le mie origini, fu proprio l’esperienza universitaria a farmi scoprire la musica tradizionale abruzzese e a restarne affascinato.

Quando, nel corso dei tuoi studi, hai compreso che la musica era la strada che avresti percorso?

La musica ha iniziato ad interessarmi presto e il primo strumento in mio possesso fu la chitarra. L’unico musicista di famiglia era mio nonno, che suonava l’organetto diatonico, il ddu’ bbotte (in dialetto abruzzese), e lo suonava solo in occasione delle feste con una certa insofferenza da parte della mia famiglia, in quanto ripeteva sempre gli stessi pezzi. A me invece impressionava la sua abilità digitale e la potenza dello strumento. A posteriori compresi che, in quelle occasioni, si manifestava una frattura culturale tra il mondo contadino di mio nonno in cui la musica aveva un valore rituale, per cui la ripetitività serviva a generare una sorta di ipnosi collettiva, e quello della musica ‘moderna’ dal valore di intrattenimento. Dopo un periodo adolescenziale di grande passione per la musica rock, che tuttora conservo, la musica classica divenne il mio interesse principale, seguitadal jazz e dallamusica contemporanea. Da qui ho iniziato a comporre subito, in maniera privata, e poi professionalmente più tardi, dopo circa dieci anni di attività come pianista interprete.

Compositore e pianista italiano, attualmente vivi a Copenaghen ed il tuo cuore è fortemente legato all’Italia, e in particolar modo all’Abruzzo. Perché questa scelta di andar via e di vedere nella Danimarca il centro di gravità per la tua musica?

Ci sono tanti motivi. Il primo spostamento per me importante, dal punto di vista culturale, fu lasciare l'Abruzzo e andare a vivere a Imola per studiare. A Imola c'è un'importante accademia pianistica che frequentai dopo il conservatorio e il liceo scientifico in Abruzzo. Il mio soggiorno a Imola, in cui combinavo gli studi di perfezionamento pianistico e quelli universitari presso la Facoltà di Lettere a Bologna, fu quasi un trauma culturale e che innescò un senso di non appartenenza. Non mi sentivo più del tutto abruzzese e allo stesso tempo non mi sentivo bolognese. A Imola iniziai a lavorare come insegnante di pianoforte per poi diventare direttore della scuola comunale di musica moderna (la Scuola di Musica Ca' Vaina) maturando così un certo senso di appartenenza alla comunità imolese. Allo stesso tempo il mio accento abruzzese mi denunciava come un outsider. La stessa situazione si è verificata quando mi sono trasferito a Copenaghen e questa sensazione di semi-appartenenza persiste tuttora.Come tanti artisti italiani che non si sentivano sufficientemente 'compresi' in Italia, avevo anch'io a lungo fantasticato sull'esistenza di un luogo più accogliente, forse più colto, forse più aperto verso nuove proposte artistiche e auspicabilmente più disposto ad investire su una musica di ricerca e non commerciale. Fu soprattutto questa visione, insieme ad altri motivi, ciò che mi spinse a trasferirmi.

Ci sono delle differenze profonde, in campo musicale, tra l'Italia quale nazione di cultura, e il nord Europa, di cui la Danimarca è uno degli esempi.La differenza più macroscopica per quanto riguarda il mio settore, è il ruolo delle istituzioni nell'investimento economico sulla cultura. In Danimarca ci sono più finanziamenti pubblici e privati per produrre cultura e questi finanziamenti sono elargiti sulla base di progetti scelti e secondo modalità meritocratiche. In Italia invece le risorse economiche, per lo meno nei settori che non hanno una lunga tradizione di supporto pubblico, spuntano solo quando il prodotto culturale è già stato realizzato e si presta ad una qualche logica commerciale, propagandistica, turistica o di intrattenimento.In Danimarca, nonostante siano presenti tutte le dinamiche commerciali e mediatiche che conosciamo in Italia, lo Stato interviene in campo culturale stanziando fondi per "generare" una cultura che non esisterebbe senza la disponibilità degli stessi.Un progetto, in Danimarca, se di qualità, poiché la competizione è alta, può ottenere un finanziamento e può dar vita ad un prodotto culturale che non necessariamente è scelto sulla base di logiche commerciali. In un certo senso le istituzioni controbilanciano le dinamiche del mercato cercando di dare voce anche a quelle forme d'arte che non si adattano alle logiche commerciali.

In Italia è quasi impossibile progettare a lungo termine poiché è difficile trovare risorse che coprano i costi e il tempo della progettazione. Questa situazione genera un problema strutturale poiché la progettualità si impoverisce, vive col fiato corto. Unartista che ha buone idee deve metterle in pratica nell'immediato e cercare di concretizzarle, non può pensare a lungo termine e sviluppare un progetto negli anni perché questo non gli è riconosciuto, per cui si genera un cambiamento del ruolo dell'artista rispetto alla società in cui vive. Idealmente un artista che progetta a lungo termine ha un ruolo interlocutorio con la comunità con cui si relaziona e propone ad essa delle visioni, delle alternative.D'altro canto un artista che non progetta, oppure lo fa in maniera rinunciataria e solo a breve termine, ripiega su un ruolo servile rispetto alla comunità, ne nutre il bisogno sul piano dell'intrattenimento, anche se di qualità. In fondo finisce per dare alla società ciò di cui la società ha bisogno al momento.

Nel corso della tua attività hai riscontrato gradimento del pubblico in relazione ai lavori offerti? Le Istituzioni ti hanno aiutato o sono rimaste indifferenti?

La grande differenza che ho esperito durante i miei lavori in Italia, rispetto a quelli in Danimarca, è stato nel rapporto con le Istituzioni non con il pubblico. Le Istituzioni italiane sono statiche, difficili da raggiungere, non c’è un rapporto diretto con l’artista. In Danimarca, invece, le istituzioni sono vicine e comunicano, quindi l’artista s’interfaccia ad esse, è sollecitato a proporre progetti che possono essere approvati e finanziati, insomma c’è un rapporto costante. A Imola,partecipavo a bandi comunali o regionali per il finanziamento di progetti per conto della scuola di musica che dirigevo, ma nel caso di finanziamenti approvati avevo spesso la percezione che fossero erogati su misura in base al peso politico del gruppo locale che rappresentavo (cioè la cooperativa che gestiva la scuola di musica) e non in base alla qualità del progetto. Questa situazione era decisamente poco stimolante!In Abruzzo si sono presentate un paio di occasioni: al Teatro Stabile d’Abruzzoall’Aquila e al Teatro Marrucino di Chieti. Entrambe non andate a buon fine per dinamiche politiche, dinamiche che in Danimarca non interferiscono con la produzione di cultura. Le persone delegate a valutare i progetti sono persone specializzate che non ricoprono ruoli politici. Hanno un mandato breve ma stabile, quindi eventuali ribaltamenti della scena politica non mettono a repentaglio la stabilità del sistema.

Il tuo lavoro si basa principalmente sulla reinterpretazione di musiche di tradizione orale ed hai realizzato diversi progetti su musiche abruzzesi, danesi e d’Europa. La tua musica è, quindi, colta, d’èlite.

Una buona parte dei miei progetti prende spunto dalla musica di tradizione orale, la cosiddetta musica contadina, attraverso le registrazioni depositate nei diversi Archivi di musica popolare. I miei primi progetti si basavano su un approccio puramente musicale, in cui trascrivevo e studiavo il materiale originale per poi reinterpretarlo attraverso un’orchestrazione dellemelodie, a volte aggiungendo idee musicali estranee al materiale originale. Di progetto in progetto è in me emersa sempre più la necessità di comunicare all’ascoltatore anche il processo che si celava dietro il risultato musicale finito, cioè la fase di ricerca preliminare al mio lavoro creativo. Quando si ha a che fare con la musica di tradizione orale ci si confronta con un mondo culturale che tendenzialmente è sparito, ne restano solo delle tracce, raccolte e studiate dagli etnomusicologi. Possiamo dire che da questo punto di vista l’etnomusicologia sia quasi come l’archeologiama nel caso dell’etnomusicologia abbiamo a che fare con ritrovamenti ‘immateriali’,poiché la musica di tradizione orale, in quanto tale, non è stata mai scritta ma tramandata esclusivamente di memoria in memoria.Tornando al mio approccio nel reinterpretare i canti che ascolto negli archivi di etnomusicologia, è per me importante far capirea chi ascolta la mia musica che il risultato finale del mio lavoro è, di fatto,una musica moderna, contemporanea, espressione individuale della mia urgenza artistica che non vuole minimamente confondersi con la tradizione orale contadina, che invece è qualcosa di antichissimo. Infatti nel mio lavoro non uso strumenti tradizionali della musica contadina bensì il pianoforte, il violino, le percussioni moderne ed altri strumenti appartenenti al mondo della musica classica.Questa esigenza di prendere una posizione distante e rispettosa rispetto al folklore che reinterpreto, in modo da evitare ogni rischio di falsificazione o camouflage, mi ha portato progressivamente a sviluppare una nuova forma di teatro musicale a metà fra il documentario e l’opera.

Hai reinterpretato un canto popolare abruzzese, La partenza della sposa, del 2002, che hai utilizzato in un progetto teatrale presentato a Copenaghen nel 2016. Cosa ti ha ispirato e con quale risultato?

C’è un intero repertorio di ‘partenze’ in Abruzzo riconducibili sia alla forma tipica di ‘partenza della sposa’ ma anche alla ‘partenza del pastore’ in occasione della transumanza. È evidente che in Abruzzo il tema della partenza è molto forte. La partenza della sposaè un canto di augurio, ma che a tratti assume il carattere di un lamento, di un canto di addio, che la madre della sposa canta alla figlia il giorno del matrimonio.La partenza della sposa ha un carattere ambivalente poiché alterna momenti diauspicio, in cui la madre invoca la fortuna sulla figlia augurandosi che la nuova famiglia sia amorevole e accogliente come la famiglia d’origine, a momenti di tristezza e nostalgia poiché si tratta comunque di un forma di abbandono. Nel tipo di comunità tradizionale in cui il canto si è sviluppato,il matrimonio era un taglio definitivo tra la figlia e la famiglia d’origine, quindi sostanzialmente la partenza della sposa è un canto d’addio. La versione originale di questo canto è stata registrata dall’etnomusicologo abruzzese Domenico Di Virgilio.

La tua musica ‘applicata’, se posso usare questo termine, è stata scritta per il teatro. Raccontaci di quest’esperienza e se puoi definirti un compositore poliedrico.

Quando parliamo di musica per il teatro, spesso pensiamo alla musica di scena, ma non è il mio caso. Il teatro è stato per me il luogo di arrivoattraverso un percorso in cui ho cercato di rimettere in discussione la forma del concerto. Non mi sembrava più sufficiente presentare all’ascoltatore il risultato finale delle mie reinterpretazioni di canti tradizionali. Sentivo la necessità di coinvolgere l’ascoltatore anche nel processo di ricerca e di rielaborazione del materiale. Il Teatro è diventato il contenitore ideale in cui sviluppare una drammaturgia che coinvolga anche il materiale documentario, le fonti, gli aneddoti che ruotano intorno alla registrazione di un determinato brano, il rapporto tra l’etnomusicologo e il cantante, quindi possiamo parlare, nel mio caso, di un teatro musicale documentario più che di musica per il teatro. Definirmi un compositore poliedrico? Dovrebbe dirlo qualcun altro!

Sei a Roma presso l’Accademia di Danimarca per lavorare alla tua nuova opera-documentario. Illuminaci!

Lo scopo di questo soggiorno a Roma è lo studio di alcune raccolte di musica popolare conservate presso l’Archivio di Etnomusicologia di Santa Cecilia, in particolare le raccolte di Alan Lomax e Diego Carpitella, due etnomusicologi quasi leggendari che hanno lavorato in Italia dalla metà degli anni ’50. Il risultato del mio lavoro sarà inizialmente un programma da concerto che presenterò con il mio ensemble in anteprima a giugno, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen. Successivamente continuerò ad elaborare questo materiale che auspicabilmente dovrebbe diventare una nuova opera-documentario. Nel definire questa forma di teatro musicale mi riferisco all’opera non tanto per ciò che essa rappresenta oggi nell’immaginario collettivo, maalla sua capacità di innalzare la storia raccontata su un piano mitico, anche se si tratta della storia di un uomo realmente esistito. Nello specifico le mie opere narrano le vicende degli etnomusicologi che attraversarono le campagne verso la metà del secolo scorso per dare voce a un popolo che altrimenti sarebbe rimasto silente nella storia della musica (la musica contadina essendo tramandata di memoria in memoria, senza l’uso della scrittura, non avrebbe lasciato tracce nella storia umana senza l’intervento e la documentazione da parte di questi etnomusicologi).

Come si può stimolare nell’ascoltatore la comprensione linguistica della tua musica?

Accettando l’assioma, pur discutibile, per cui la musica sia un linguaggio; un compositore propone una sua personalizzazione di questo linguaggio. Ci sono molti ingredienti che fanno parte della mia musica: certamentel’eredità della musica classica europea, le fontietnomusicologiche delle regioni che ho studiato in relazione ai progetti, come appunto quello sulla musica abruzzese, danese, emiliana e non ultimo quella armena. Altro elemento importante è il minimalismo musicale, di provenienza statunitense.Nelle mie composizioni cerco di sintetizzare due mondi musicali, quello classico europeo (e americano) e quello popolare con l’uso diostinati ritmici, di elementi ripetitivi che generano una dimensione a volte ipnotica ma anche ricca di contrasti quasi violenti. In questo modo cerco di portare l’ascoltatore verso uno stato percettivo diverso, quasi rituale. Ed è il risultato della mia reinterpretazione di canti tradizionali.

Quali tracce faresti ascoltare ai tuoi futuri estimatori?

Sicuramente La partenza della sposa e, a seguire, Nu giovane, Quadriglia che è un brano strumentale con un intervento più pesante,L’ultimo abbraccio, ispirato ad un canto tradizionale ma chepresenta un testo d’autore (di Nicola D’Alessandro), tratti dal Cd ‘Scura Maje’ pubblicato da Menabò. Inoltre farei ascoltare/vedere il trailer della mia ultima opera ‘Dansejaeger’ (Il cacciatore di danze), presentata a giugno 2016 in cinque rappresentazioni al Betty NansenTeatret, uno dei teatri più prestigiosi della Danimarca. Lo spettacolo racconta la vicenda dell’etnomusicologo danese Andreas FridolinWeisBentzon che alla fine degli anni ‘50 fu il primo a registrare e a documentare approfonditamente le launeddas sarde, uno strumento antichissimo allora in via di estinzione, riuscendo al tempo stesso a rivitalizzare questa tradizione. In questo spettacolo racconto sia l’aspetto storico/biografico di questo giovane etnomusicologo, morto nel 1971 all’età di trentacinque anni, sia racconto alcuni aspetti della musica tradizionale sarda.

Cosa vedi nel tuo futuro musicale?

Sono molto soddisfatto delle cose che stanno accadendo, quindi non penso molto al futuro. Sicuramente voglio continuare a sviluppare in maniera ancor più coraggiosa ed ambiziosa questo approccio poetico-documentaristico alle musiche che amo. Ho anche in programma di suonare di più perché, da quando sono in Danimarca, l’aver avuto successo come compositore ha ridotto un po’ il mio lavoro come interprete. Comporre resta il mio obiettivo principale ma il rapporto quasi fisico che si instaura con il pubblico nel momento della performance è un valore aggiunto alla mia attività eche mi alimenta. Ho intenzione, quindi, di dedicare più tempo aprogetti in cui la mia presenza in scena come musicista sia maggiore. Un mio ulteriore obiettivo è sviluppare uno di questi progetti di teatro musicale documentario in Italia, ed in particolar modo in Abruzzo, regione che ha rappresentato per me il primo elemento d’ispirazione nel percorso di ricerca che poi ho sviluppato negli anni, lontano dall’Abruzzo, ma spesso riferendomi a questa prima fascinazione.

Grazie Mauro per l’intervista, per la tua musica colta, per la tua performance al pianoforte del San Carlo, per la vigorosa espressione della tua arte. Forte nelle reinterpretazioni e gentile nell’accurata ricerca. Buon sangue non mente! E graziea Virginio Giorgioni, responsabile dell’Archivio Musicale del Teatro San Carlo che, a sorpresa, ci ha condotti nel cuore del Teatro. A presto con un posto in prima fila al Teatro San Carlo, al Teatro Stabile d’Abruzzo, al Teatro Marrucino.

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Scerne. Decima vittoria consecutiva per il Pianella 2012 nella ventisettesima giornata di un avvincente campionato di seconda categoria.
Espugnato il campo dello Scerne, squadra comunque di gran spessore e con all'attivo ben 51 punti: un due a uno frutto di un goal al 15 minuto del primo tempo di un Fabrizio Del Grammastro sempre più in forma e di un autogoal alla ripresa seguito da una segnatura dello Scerne nei minuti di recupero.
Gioia negli spogliatoi ed il consuento, beneaugurante, selfie.
Superato in classifica anche il Castrum fermato in casa 1 a 1 dall'Atletico Francavilla e con la ventottesima da giocare al Verrotti di Pianella.
Un Pianella innarestabile che continua una rincorsa che ha dell'incredibile e che vede i play off sempre più vicini.

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Pineto. Lunedì 10 aprile alle ore 21 a Pineto (TE), presso Villa Filiani, si terrà un Assemblea Pubblica di Art. 1 MDP con la partecipazione dell'On. Gianni Melilla. Come in tante altre realtà crescono le adesioni al movimento e si moltiplicano le iniziative nei territori con incontri pubblici con i cittadini dai quali emerge la necessità di costruire un soggetto politico in grado di far uscire dalle difficoltà di questi anni il Paese ed al tempo stesso rimettere al centro un progetto di cambiamento vero per una società giusta e solidale.
Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista nasce con l’obiettivo legato alla ricostruzione in Italia di una Sinistra innovativa, larga, plurale, con un cultura di governo ed impegnato sui temi del lavoro, dei diritti e della democrazia.

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Domenica, 09 Aprile 2017 00:00

Coged, festa salvezza rinviata

Chieti. Si sperava di riscattare, almeno in parte, la brutta prestazione del derby d’andata. E invece la CO.GE.D. ha dovuto di nuovo cedere il passo a una Virtus Orsogna più solida e più in partita, che ha ampiamente meritato di vincere.Dopo un primo set abbastanza equilibrato, chiuso sul 20-25 dalle ospiti, nel secondo non c’è proprio stata partita: il parziale di 16-25 esprime perfettamente la brutta prestazione delle biancorosse. Decisamente meglio il terzo set, condotto per un lungo tratto ma poi perso 22-25. Tra le fila teatine, 15 punti per Matrullo, l’unica in doppia cifra, seguita a distanza da Perna (8) e Ragone (7), che è scesa in campo nonostante un fastidio al ginocchio. Per Orsogna, grandi prestazioni per Dodi (16) e Vanni (14). L’analisi tecnica della partita è tutta nelle dure parole rilasciate a fine partita dal tecnico Alceo Esposito:
“Abbiamo fatto una prestazione davvero pessima. Orsogna ha fatto la sua partita e ha meritato di vincere, ma noi siamo state molli, completamente senza nerbo. Nel secondo set ci hanno preso letteralmente a pallate, nel terzo ci siamo finalmente ricordate di giocare e infatti lo abbiamo perso a 22. L’atteggiamento è stato completamente sbagliato, ma si sono visti anche tanti errori a livello tecnico. Oscene in ricezione, mai così male, dall’altra parte si era detto di non battere su Giorgia Santacroce [il libero di Orsogna] e invece, neanche se avessi chiesto esattamente il contrario, abbiamo battuto sempre su di lei. Dodi, che ha fatto una grande partita sia chiaro, ha tirato sempre in diagonale, e noi per tutta risposta muravamo l’arbitro… purtroppo se ci sono simili errori a livello tecnico, puoi fare tutto il lavoro del mondo a livello tattico ma sarà inutile. Oltre al fatto che siamo arrivati a fine campionato e continuiamo a sbagliare alcuni schemi… per fortuna, le sconfitte di Sabaudia e Minturno ci hanno fatto comunque fare un passo avanti verso la salvezza. Speravo solo di potermela giocare di più questa sera, sarebbe bastato poco per poterlo fare”.
Tabellini
CO.GE.D Pallavolo Teatina – Virtus Orsogna 0-3 (20-25, 16-25, 22-25)
CO.GE.D Pallavolo Teatina: Bozzetto (L), Michetti n.e., Furlanetto 3, Negroni 1, Di Bacco 4, Matrullo 15, Cocco, Rossi 1, Ragone 7, Romano, Perna (K) 8
Virtus Orsogna: Di Martile 3, Di Gregorio 4, Di Ruscio Mi. 10, Bosio 5, Santacroce (L), Delli Quadri n.e., Di Ruscio Ma. 1, Dodi 16, Vanni 14, Carosella (L) n.e., Di Sciullo n.e., Taraborrelli n.e., Trentini n.e.
Pubblico: circa 200

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Roseto degli Abruzzi. Si è svolta questa mattina, presso la Sala Giunta del Comune di Roseto degli Abruzzi (TE), la conferenza stampa di presentazione del ‘Trofeo delle Regioni 2017’ che andrà in scena nel territorio abruzzese dal 12 al 17 aprile, con sede centrale proprio a Roseto.

Il primo ad intervenire è stato Francesco Di Girolamo, presidente della FIP Abruzzo che sta organizzando la manifestazione insieme all’associazione ‘Roseto Eventi’, sottolineando “La possibilità di portare un trofeo così importante nella nostra regione: il TDR è un evento di grandissima rilevanza nel nostro panorama cestistico, ed essere riusciti a mantenerne l’organizzazione nonostante i recenti drammatici eventi che hanno colpito l’Abruzzo è un grande motivo di orgoglio”.
Peraltro, il Trofeo delle Regioni non sarà l’unico evento da cerchiare sull’agenda cestistica dei prossimi giorni: sempre a Roseto andranno infatti in scena le Finali Nazionali Under 20 femminili (14-16 aprile), il raduno della Nazionale Under 18 3 vs 3 Femminile (16-18 aprile) le Finali Nazionali Under 20 maschili (24-29 aprile), oltre ai vari raduni delle Nazionali Giovanili (Under 20, 19 e 16) in calendario fino alla prossima estate. Tutti appuntamenti elencati con orgoglio e soddisfazione dal massimo esponente del comitato regionale, che accenderanno ancora una volta i riflettori sull’Abruzzo come fulcro dell’attività cestistica italiana.

Raggiante anche il primo cittadino di Roseto degli Abruzzi, l’avv. Sabatino Di Girolamo: “L’organizzazione di questi eventi, e del TDR in primis, testimoniano ancora una volta la grande passione che a Roseto si respira nei confronti del basket. Altrettanto importanti sono però i significati turistici ed economici, perché in un momento del genere organizzare questa manifestazione in Abruzzo dimostra che la nostra realtà è viva ed ancora appetibile: per questo ringraziamo la FIP Abruzzo, che ci permette inoltre di ‘destagionalizzare’ e non ridurre il nostro appeal turistico ai soli mesi estivi. Per Roseto, ed ovviamente tutti gli altri comuni limitrofi (Giulianova, Alba Adriatica, Mosciano Sant’Angelo ed Atri) è una splendida opportunità”.

Proprio la cittadina del ‘Lido delle Rose’ ospiterà le fasi salienti dell’evento, dalla cerimonia di apertura prevista per martedì 11 (appuntamento all’Arena 4 Palme per le ore 19:30), in cui il Presidente FIP Gianni Petrucci darà ufficialmente il via alla manifestazione (nello stesso pomeriggio si svolgerà anche il Consiglio Federale), fino alle due Finali di lunedì 17 aprile in programma al PalaMaggetti. Tutte le delegazioni, inoltre, alloggeranno nel camping ‘Lido d’Abruzzo’ che fungerà come una sorta di villaggio olimpico in miniatura, dal quale le squadre raggiungeranno i vari campi della manifestazione.

La chiosa è del delegato allo sport Marco Angelini, che riflette su come “Nelle passate edizioni, il TDR si è svolto in città del calibro di Roma, Genova e Bologna: il fatto che quest’anno sia una cittadina di appena 25.000 abitanti ad ospitarlo fa davvero tremare i polsi, ed è qualcosa di speciale”.

E’ possibile rivedere l’intera conferenza stampa sulla pagina Facebook ufficiale dell’evento “Trofeo delle Regioni 2017-Abruzzo”, costantemente aggiornata con foto, notizie, interviste e tutto ciò che c’è da sapere su questo evento ormai prossimo alla sua partenza.

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Pescara. Uniti tutti insieme per la prima volta i cittadini residenti nelle case popolari della città: Fontanelle, Rancitelli, Zanni, Borgo Marino, San Donato, Gescal, Coperative Aternum e via Rigopiano. Con loro il consigliere regionale Domenico Pettinari, da sempre in prima linea per la riqualificazione delle periferie, che questa mattina in conferenza stampa ha portato la voce di centinaia di cittadini che continuano a vivere in situazione di forte disagio in quartieri abbandonati dalle istituzioni. “Siamo qui” ha dichiarato Pettinari “perché siamo convinti che rimanendo uniti la voce sia più forte. Mentre la politica sembra spingere ad una “guerra tra poveri”, ponendo i cittadini contro i cittadini in un rimbalzo continuo delle responsabilità” spiega Pettinari “il M5S ha aperto un dialogo con questi cittadini con il risultato di una connessione tra persone che vivono lo stesso disagio. E’ arrivata così” continua il 5 stelle “una richiesta di aiuto corale alle istituzioni sorde che, a detta dei cittadini, nelle periferie continuano a vedere solo terreno fertile durante la campagna elettorale. Come testimoniano i residenti nelle case Ater di Pescara e non solo, perché molte situazioni simili sono a Montesilvano ed in altri comuni della provincia, gli intonaci cadono dai cornicioni, ci sono infiltrazioni d’acqua che rendono gli ambienti umidi e pieni di muffa. Sono luoghi insalubri, lo ha certificato anche la Asl” incalza Pettinari “senza contare quei palazzi dove gli ascensori sono rotti ed anziani e disabili in alcuni casi sono segregati in casa senza poter uscire. Cosa ha intenzione di fare l’amministrazione regionale? Vuole lasciare queste persone abbandonate al loro destino? Il M5S dopo aver ascoltato i cittadini e verificato con i propri occhi la situazione ha portato delle proposte all’interno del consiglio regionale durante la fase dell’ultima seduta utile per il bilancio di previsione 2017. “Abbiamo chiesto di stanziare circa 4 milioni di euro per le case di edilizia popolare di competenza regionale” afferma Pettinari “non lo hanno fatto ed oggi siamo costretti a richiamare ancora l’attenzione perché le problematiche sono tante e non ci si può nascondere dietro un dito. Non regge più la confusione che si vuole generare nell’opinione pubblica dei pescaresi cercando di limitare la visione delle periferie della città in quartieri dove abitano solo delinquenti e dove si commettono atti illeciti. I quartieri popolari sono abitati prevalentemente da cittadini onesti che hanno solo la colpa di una situazione economica disagiata. Una società civile deve farsi carico proprio dei cittadini in difficoltà, altrimenti non può definirsi tale. Una periferia riqualificata significa un tessuto sociale rinnovato, un senso di appartenenza positivo e quindi più solidarietà e sicurezza tra i cittadini” commenta il 5 stelle “dare maggiore dignità a chi si sente oggi abbandonato dalle istituzioni è un passo avanti verso la risoluzione di molti problemi, non solo quelli strutturali. Un giovane costretto a vivere in una periferia disagiata e' condannato a crescere male. Questo non può più essere consentito. Attendiamo che il Presidente D’Alfonso con la sua Giunta dia finalmente un segnale concreto. Molte di queste persone non possono aspettare la campagna elettorale per vedere qualche piccolo intervento di manutenzione”.

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Ortona. Nel pomeriggio di ieri si è presentato pubblicamente Gianluca Coletti, che correrà per la carica di sindaco con il sostengo delle liste Ortona Popolare e Ortona Territorio.
Con queste parole ha espresso i suoi intenti: “Ringrazio innanzitutto gli amici di Ortona Popolare e di Ortona Territorio che con molta ostinazione e con molto coraggio hanno voluto proporre il loro impegno a favore della nostra comunità. Voglio ringraziare tutti coloro che ci hanno mostrato vicinanza e sostegno alla mia persona e al nostro gruppo nella sua interezza. Questa è l’ottava o la nona campagna elettorale che vado a svolgere dato che seguo sin da piccolo le vicende amministrative della città: ho iniziato a mettere i fancobolli nella sede della Democrazia Cristiana di via Garibaldi e strada facendo gli amici e coloro che avevo al fianco mi hanno dato sempre più responsabilità fino a ritrovarmi questa sera a rappresentare una comunità che si candida a sindaco. Ognuno di noi è candidato a sindaco, ognuno di noi è chiamato a dare alla comunità di Ortona la sua esperienza, la sua vita vissuta, la sua professionalità. Siamo nati due anni fa come associazione culturale, abbiamo messo in campo tante iniziative nei vari settori, nei vari ambiti, abbiamo fornito anche un importante supporto all’amministrazione comunale con le proposte che si sono rielate fortunatamente azzeccate. È un’associazione di uomini e di donne che si sono voluti mettere semplicemente a disposizione della nostra città. Le persone che sono al mio fianco, che vogliono il bene di Ortona, hanno già dimostrato di essere squadra di governo perché ala mie spalle c’è un gruppo di persone che sono stati consiglieri comunali lavorando negli interessi della città di Ortona, senza di loro tante iniziative non si sarebbero potute realizzare. L’impegno di chi è chiamato a rappresentare la città sicuramente è diverso e di tutt’altro spessore rispetto agli altri incarichi che mi hanno visto prima impegnato come segretario di un partito, poi come amministratore del Comune, prima ancora come consigliere comunale. È un impegno che ho accettato senza ripensamenti perché è come se ad un contadino gli si chiedesse di zappare”.
“È importante conoscere il passato per fare bene per il futuro – aggiunge il candidato sindaco - per noi è fondamentale il metodo con cui andremo a raffrontarci con tutti i cittadini, un metodo che abbiamo avuto modo di sperimentare quando abbiamo rivisitato e modificato il Piano Regolatore, porteremo le carte in strada e con ognuno ci andremo a confrontare sulle cose da fare. Il gruppo che lavora con me ha già dimostrato di essere all’altezza della situazione, vogliamo metterci al servizio della città ed ognuno di noi deve sentirsi il sindaco, siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo per far emergere lo spirito di comunità che ha sempre contraddistinto Ortona. Questo gruppo di persone si propone di portare la propria esperienza, il loro essere padri di famiglia, il oro essere lavoratori, operai al servizio della comunità. Ortona non ha bisogno dell’uomo solo al comando, del padre padrone, ma della comunià più ampia possibile, che la mattina preso sale le scale del Comune e le riscende quando deve farsi quelle 4-5 ore di sonno sapendo di non aver risolto tutti i problemi che si affrontano in una giornata. Noi abbiamo già un vissuto da amministratori e da rappresentanti della città, facciamo tesoro di ciò che abbiamo prodotto di buono e degli errori che sono stati commessi in quest’ultimo periodo in cui abbiamo avuto un ruolo di amministrazione attiva. Però facciamo tesoro anche delle tante cose belle che sono state fatte nel passato con gli amministratori che hanno voluto dare il contributo alla loro comunità. Tutti insieme lavoreremo nell’interesse della nostra città”.
“Non dobbiamo però nasconderci nel dire che le condizioni trovate nel maggio 2012 erano molto complesse – ha concluso Gianluca Coletti - un Bilancio sull’orlo del dissesto, una cassa a -2,5 milioni di anticipazione, un Patto di Stabilità fuori controllo, una macchina organizzativa inesistente, una serie di questioni che avrebbe messo in difficoltà qualsiasi amministratore di qualsiasi colore politico. Sapevamo che la situazione era complessa, però siamo riusciti a trovare le risorse, la settimana di Ferragosto del 2012 una serie di iniziative ci ha consentito di acquisire circa 4,5 milioni di finanziamento i cui effetti sono ancora in corso”.

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