L'Aquila. “Una manovra demagogica e populista, che peserà sul futuro del nostro Paese e dei nostri figli, e che condannerà l’Italia e il nostro Abruzzo ad una crisi finanziaria profonda”. Con queste parole il Segretario del Pd Abruzzo Renzo Di Sabatino interviene su la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che indica un rapporto tra deficit e Pil al 2,4% e per tutti e tre anni gli anni 2019, 2020 e 2021.

“Quella che è stata ribattezzata la manovra del popolo, in realtà – continua Di Sabatino – è una roulette russa giocata sulla pelle degli italiani e degli abruzzesi, messa in campo solo per pagare una minima parte delle loro fanta-promesse elettorali. Promesse che, ricordiamo, dovevano essere pagate, secondo l’allora opposizione, oggi governo giallo-verde, tagliando gli sprechi. Ma oggi si accorgono che per realizzare reddito di cittadinanza, la flat tax e superare la Fornero non basta dichiarare di aver abolito i vitalizi, ma occorre indebitare il Paese, e quindi anche l’Abruzzo. Portare il deficit al 2,4 per cento del Pil per i prossimi tre anni significa tornare a far aumentare il debito e avvicinarci alla posizione dove era la Grecia quando iniziò a fallire.

La situazione è ben descritta dal professor Marcello Messori, docente di Economia alla Luiss, che avverte: state scherzando con il fuoco e le conseguenze si vedranno presto sull’economia reale. Il denaro costerà più caro, accendere un mutuo sarà praticamente impossibile, ci sarà meno liquidità, si ridurranno gli investimenti, aumenterà il costo dei servizi e ci sarà un’ulteriore stretta sugli enti locali.

È importante che gli italiani e gli abruzzesi sappiano, quindi, che l’irresponsabilità di Salvini e Di Maio rischia di compromettere definitivamente il loro futuro”.

Roma. Torna “Music for Love”, concerto di beneficenza che farà tappa a Roma (Teatro Golden, 19 settembre), Forlì (Teatro Fabbri, 20 settembre) e Prato (Teatro Politeama, 21 settembre) e che vedrà sul palco il quartetto di Fabrizio Bosso, e diversi artisti ospiti, come la cantante dei Dirotta su Cuba Simona Bencini, il cantante Mario Rosini e il Duni jazz Choir.
L’evento musicale – ideato e finanziato dall’imprenditore pratese e americano d’adozione Franco Nannucci – destinerà il ricavato alle tante e diverse opere realizzate dalla Fondazione Fabrizio Meoni Onlus e Associazione Peter Pan, che aiuta i bambini che necessitano di cure contro i tumori presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma. Il sottotitolo dello spettacolo, non a caso è “Musica per noi, speranza per l’Africa”.
Nel 2016, in occasione del mio 50esimo compleanno – ha spiegato Nannucci – pensai di organizzare una festa benefica per ritrovare gli amici di sempre e raccogliere fondi per sostenere la fondazione Fabrizio Meoni. In quella serata raccogliemmo circa 60 mila euro e da lì nacque l’idea di ripetere l’esperienza, ingrandendola e strutturandola, così come accaduto a maggio dell’anno scorso al Politeama. Con oltre 200 mila euro raccolti tra concerti e donazioni spontanee siamo riusciti a portare a termine tutti i progetti che avevamo avviato in Africa come la costruzione di una scuola in Burkina Faso o di un pozzo in Sud Sudan o la nuova aula in una scuola in Senegal solo per citare gli ultimi interventi consegnati. Ma interveniamo ovunque ci sia bisogno d’aiuto, perché la solidarietà non ha confini e donare, poco o tanto, è un gesto che fa sempre la differenza.
I concerti di settembre saranno anche l’occasione per ascoltare “Love Collision” il brano bandiera e promotore di “Music For Love” nato dall’idea dello stesso Nannucci di voler proporre una propria interpretazione del brano di Stevie Wonder “Love’s in need of love today” scritto nel 1976.
Le tre date contano anche sulla collaborazione, per la parte di organizzazione e gestione del progetto, di Francesca Arena e Matteo Massai. A Roma il concerto e la produzione sono condivisi con Max Maglione mentre a Forlì il partner strategico è Luxury Living Group e Raffaella Vignatelli, Presidente del Gruppo, che oltre a condividere organizzazione e produzione, vedono LLG some importante partner e donatore a sostegno dei progetti in Africa oramai da 3 anni.

www.musicforlove.org

info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 339 4065448

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Prevendite su www.vivaticket.it

 

Eventi Facebook

Roma
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Forlì
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Roma. Nell’imminenza della riapertura delle scuole, in Italia le classi saranno ancora spiccatamente multiculturali. Secondo i dati raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2018, che il Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato col Centro Studi Confronti, presenterà il prossimo 25 ottobre, sono 826.000 gli iscritti di cittadinanza straniera nell’a.s. 2016/2017, circa un decimo (9,4%) della popolazione scolastica complessiva.
Una incidenza in continua crescita, visto che gli alunni figli di italiani vanno sempre più diminuendo (-96.300 in un anno, -1,2%) per il costante calo delle nascite, mentre quelli nati da genitori stranieri vengono gradualmente aumentando (+11.200 e +1,4%), grazie alla maggiore giovinezza e fecondità della popolazione di origine immigrata. Basti osservare che tra gli italiani gli ultra65enni sono ormai 1 ogni 4 residenti (24,3%), tra gli stranieri invece, che per il 37,6% hanno meno di 30 anni, sono solo 1 ogni 25 (4,0%).
Tuttavia, anche tra gli stranieri le nascite sono in progressivo calo e, se fino ad oggi la presenza di figli di immigrati aveva compensato la decrescita della popolazione scolastica nazionale, attualmente gli alunni stranieri non bilanciano più la perdita in atto e il numero complessivo di iscritti è calato in un solo anno di 85.000 unità (-1,0%).
Più della metà degli alunni stranieri (56,6%) frequenta la scuola dell’infanzia (20,0%) e quella primaria (36,6%), dove sono quasi l’11% di tutti gli scolari, mentre meno di un quarto (23,2%) le scuole superiori, dove rappresentano solo il 7,1% di tutti gli studenti e, anche per le maggiori difficoltà di inserimento e rendimento scolastico, scelgono con più frequenza istituti professionali (orientandosi così a un immediato inserimento nel lavoro piuttosto che alla prosecuzione degli studi, a scapito della futura mobilità).
Sebbene tra loro siano rappresentate 190 nazionalità, si tratta, per oltre la metà dei casi, di giovani romeni (158.000), albanesi (112.000), marocchini (102.000) e cinesi (49.500). D’altra parte, le regioni in cui è più alta la loro incidenza nelle scuole sono nell’ordine: Emilia Romagna (15,8%), Lombardia (14,7%), Umbria (13,8%), Toscana (13,4%) e Piemonte (13,0%).
Ma il dato più importante è la quota sempre più ampia di alunni stranieri che sono nati in Italia, le cosiddette “seconde generazioni”, che spesso riconoscono l’italiano come propria lingua madre, vivono con e come i coetanei italiani e si sentono tali a tutti gli effetti, condividendo con loro ogni cosa eccetto la cittadinanza (e ciò che essa comporta, in termini di riconoscimento giuridico e di diritti). Se nell’a.s. 2007/2008 erano appena un terzo (34,7%) di tutti gli alunni stranieri, nell’a.s. 2016/2017 sono più di mezzo milione (503.000), i tre quinti (60,9%) del totale. Rispetto all’a.s. precedente, costoro sono aumentati di ben il 12,9% (+57.600).
“Si tratta – osserva Luca Di Sciullo, presidente di IDOS – di identità non riconosciute dalla legge e spesso scisse tra due mondi culturali di riferimento, ora in conflitto con le famiglie immigrate d’origine, quando ne rifiutano il modello identitario per abbracciare quello italiano, ora con la società italiana, quando accade il contrario”. “Con l’aggravante – continua il presidente di IDOS – che nel primo caso essi rischiano un doppio conflitto: oltre che con la famiglia d’origine, perché si sentono italiani, anche con la società ospitante, se, al momento di inserirsi nel mondo del lavoro o nei contesti di partecipazione sociale, verranno comunque discriminati perché formalmente stranieri”.
“Se fino a diversi anni fa – dice Di Sciullo – la priorità della scuola in Italia era di mandare a regime una didattica meno incentrata sulla sola storia, geografia e cultura italiana e più aperta alla conoscenza dei paesi e delle tradizioni del resto del mondo, in considerazione delle provenienze e dei portati culturali degli studenti stranieri, oggi che i tre quinti di essi sono nati e cresciuti in Italia senza esserne cittadini, la priorità è diventata la necessità di affrontare e gestire il loro conflitto d’identità, perché esso non finisca per esplodere, quando, usciti dalle aule, questi giovani si inseriranno nella società”.
“Un compito – conclude – in cui la scuola non può essere lasciata da sola, ma che richiede la collaborazione di tutte le altre agenzie formative (famiglie, associazioni, gruppi sportivi ecc.) che una volta formavano la cosiddetta comunità educante”.

Ginevra. L’Abruzzo regione pilota in Italia nella prevenzione dei disturbi uditivi. E in particolare la onlus “Nonno Ascoltami! - Udito Italia”, chiamata dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) a rappresentare l’Italia a Ginevra, in occasione del terzo “Meeting mondiale degli esperti dell’udito”, che si è appena concluso nella città svizzera.

Obiettivo, esportare il modello-Abruzzo, esempio virtuoso di prevenzione dei disturbi dell’udito, nato nove anni fa proprio a Pescara, grazie all’evento “Nonno Ascoltami!” e che oggi coinvolge oltre 40 città italiane.

Dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Australia all’Egitto, dal Brasile alla Russia: a Ginevra si sono dati appuntamento i maggiori esperti da tutto il mondo. E a rappresentare i programmi di prevenzione per l’Italia, c’è Mauro Menzietti, fondatore di Nonno Ascoltami! e vicepresidente dell’Anap, Associazione nazionale audioprotesisti professionali.

«Sono onorato di rappresentare l’Italia in un meeting così autorevole a livello mondiale - commenta Menzietti -. Il summit dell’Oms infatti accende i riflettori sull’ipoacusia e sulle conseguenze sanitarie e sociali di questa patologia troppo spesso trascurata. Per me un onore portare il nome dell’Abruzzo al tavolo di Ginevra, evento in cui si discutono e si analizzano programmi di portata mondiale in tema di ipoacusia e si coinvolgono i governi impegnandoli, per la prima volta, a realizzare qualcosa di nuovo in termini di prevenzione».

L’ipoacusia colpisce circa 360 milioni di persone nel mondo, oltre 7 milioni solo in Italia. Cause genetiche, abuso di farmaci e sovraesposizione al rumore: le cause principali.

Ogni giorno nel nostro Paese 30 persone scoprono di avere un disturbo uditivo, un problema che coinvolge due persone su tre oltre i 65 anni. Di questi il 75% non porta una protesi acustica e in genere impiegano tra i 5 e i 7 anni prima di accettare il problema e rivolgersi a uno specialista.

E nella sede di Ginevra, nasce ufficialmente oggi il World Hearing Forum, l’organismo che sosterrà le politiche di prevenzione dei disturbi uditivi nel mondo. E la onlus abruzzese Nonno Ascoltami ha siglato il patto di adesione, insieme agli oltre 140 esperti mondiali presenti, diventando ufficialmente punto di riferimento italiano per la lotta ai disturbi uditivi.

Roma. Incontro in musica ad altissimi vertici, quello tra Enrico Rava e Danilo Rea, in concerto per quattro appuntamenti imperdibili in Italia: sabato 30 giugno all’Artusi Jazz di Forlimpopoli (FC), domenica 1 luglio alla Casa del Jazz di Roma, giovedì 12 luglio a Sant’Elmo Estate a Napoli e, infine, giovedì 30 agosto al Piano & Jazz Festival di Ischia.

Recentemente, Enrico Rava e Danilo Rea si sono incrociati all’aeroporto di Londra e, nell’attesa di prendere il volo per Roma, chiacchierando del più e del meno, hanno deciso di dare vita ad un nuovo sodalizio con un repertorio che tenesse conto di quelli resi celebri di Chet, di Miles, di Joao. Eccoci pronti ad ascoltare brani indimenticabili nella interpretazione raffinata, intensa e mai banale di due maestri del jazz.

Enrico è un musicista incredibile - dichiara Danilo Rea - di quelli che riconosci dopo la prima nota. Se è vero che il suono è l’espressione dell’anima, allora Enrico ne è l’esempio più evidente. Molti solisti, quando suonano in duo, hanno bisogno di essere accompagnati. Con Enrico è diverso, si crea una sinergia e un suono unico, come se ci fosse una terza persona a suonare con noi. Personalmente, ho sempre pensato al jazz come un racconto di vita, l’esperienza è fondamentale. Ovviamente, puoi suonare così solo quando c’è una grande fiducia reciproca, che ti porta anche ad essere propositivo.

Non è la prima volta che suono con Danilo - ricorda Enrico Rava - è un pianista strepitoso, non è mai banale e riesce sempre a sorprendermi. Inoltre, ha una caratteristica che lo differenzia da molti: è un musicista che sa ascoltare e si fa ascoltare allo stesso tempo. Dalle nostre collaborazioni sono nate sempre delle cose impreviste, e questo può accadere solo quando c’è un ascolto reciproco. Abbiamo scelto dei brani per il repertorio dei concerti ma ci siamo lasciati anche molto spazio per l’improvvisazione.

Nel corso degli anni, Rava e Rea avevano già collaborato in diverse occasioni, sia in duo che in gruppo, indimenticabile rimane il tour europeo “Complete Reunion”, che comprendeva Gato Barbieri, Ben Street e Clarence Penn, oltre ovviamente ai nostri due eroi.

 

Formazione

Enrico Rava, tromba

Danilo Rea, pianoforte

 

Date

30/06 Artusi Jazz, Forlimpopoli (FC)

01/07 Casa del Jazz, Roma

12/07 Estate a S. Elmo, Napoli

30/08 Piano & Jazz, Ischia (NA)

L’etichetta indipendente specializzata in rock e metal Volcano Records, è entusiasta di annunciare che la terza edizione del grande evento rock Volcano Rock Fest si svolgerà in due giorni, 9 ed 11 novembre, tra l’Italia e la Germania.
Infatti, dopo la prima edizione del 2015 a Napoli, la Volcano ha bissato il successo l’anno scorso con un concerto al Legend Club di Milano che quest’anno si riconferma venue ospitante del fest insieme al club berlinese Badehaus, uno dei locali più centrali e frequentati della capitale tedesca.
La Volcano Records ha lanciato il comparto internazionale da qualche mese e parallelamente alla presenza sempre più massiccia di band straniere nel roster e allo spazio dedicato su riviste di mezza Europa, la label nostrana sta guadagnando un posto di diritto tra le etichette più conosciute ed influenti della nuova generazione rock e metal europea.
Per qualsiasi informazione riguardo a proposte di partnership o sponsorizzazioni, è possibile mettersi in contatto con lo staff della Volcano attraverso l’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. mentre è stato già lanciato un form online da poter compilare per proporre la candidatura della propria band per suonare ad una delle due date di Milano e Berlino attraverso il link https://bit.ly/2kBXhxH  
Per maggiori informazioni
www.volcanopromotion.com/volcanorockfest 
www.facebook.com/volcanopromotion 
www.facebook.com/VolcanoRockFest 

Pescara. Dal 10 al 20 maggio il Comitato Nazionale per la Conservazione del Fratino ha lanciato in tutta Italia il terzo censimento nazionale. I dati raccolti dai volontari lungo tutte le spiagge italiane saranno utili per definire la consistenza della popolazione nidificante in Italia e il suo trend.

Anche nella nostra regione i volontari del Progetto Salvafratino Abruzzo, portato avanti dall’Area marina Protetta Torre del Cerrano e dal WWF regionale, sono al lavoro per censire i nidi già presenti.

La scorsa settimana l’attività è partita nel vastese grazie al Gruppo Fratino di Vasto da anni operativo in quel tratto di costa. In questa settimana fino a domenica i volontari di WWF, Associazione Torre Foro, Guide del Borsacchio e Guide del Cerrano, percorreranno le spiagge di tutti gli altri comuni costieri.

Le attività del Progetto Salvafratino Abruzzo sono effettuate grazie al volontariato.

Obiettivo è quello di salvaguardare questa specie, simbolo delle spiagge, purtroppo in forte diminuzione in tutta Europa e quindi anche sulla costa abruzzese.

Per ogni tratto di costa sono stati individuati dei referenti che hanno il compito di organizzare il lavoro dei volontari: dall’individuazione di coppie e nidi lungo la costa al controllo delle uova fino alla schiusa, dalla partecipazione a giornate di pulizia a mano della spiaggia ai contatti con le Amministrazioni comunali, dall’organizzazione di incontri pubblici e seminari alle attività di educazione ambientale con le scuole.

Il periodo per queste attività solitamente inizia a marzo e termina a luglio.

Coloro che sono interessati a partecipare possono scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. per ricevere ulteriori informazioni ed essere indirizzati verso il referente del proprio comune.

Roma. “L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero” è il titolo di un nuovo volume pubblicato dalla Fondazione Migrantes nella collana “Rapporto Italiani nel Mondo”. Il testo di Lorenzo Luatti nasce da un accurato lavoro di studio e ricerca in biblioteche e archivi italiani ed esteri e ha il merito di accendere l’attenzione e di sistematizzare un ambito storiografico rimasto sino ad oggi inesplorato, ma estremamente significativo non solo per la memoria storica nazionale di cui costituisce un tassello importante, bensì anche per sollecitare una riflessione sul presente. Come recita il titolo, l’emigrazione raccontata nei testi scolastici rappresenta il tema di tale poderosa ricerca che si traduce in un manuale che rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per gli studiosi e le studiose che, auspicabilmente, troveranno in esso l’incentivo per continuare ad indagare una parte della storia nazionale da una prospettiva così inedita e innovativa, alla cui ricostruzione Luatti ha contribuito in maniera sostanziale.

Il volume presenta almeno due risvolti significativi. Il primo ha carattere storiografico, poiché offre una visione di un secolo di storia italiana, dagli anni Settanta dell’Ottocento, a partire dai libri di scuola dedicati sia ai bambini d’Italia che ai figli degli italiani all’estero: una prospettiva rivelatrice dei climi culturali, politici e ideologici che si sono susseguiti all’indomani dell’Unità nazionale. Per la prima volta la storia dell’emigrazione italiana viene raccontata attraverso i libri scolastici circolati nelle scuole durante un secolo (dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Sessanta). E per la prima volta è offerta una ricostruzione completa e dettagliata delle vicende editoriali e della produzione libraria per le scuole italiane all’estero, dai testi pioneristici di fine Ottocento promossi dalla “Dante Alighieri” ai testi unici fascisti imposti tra il 1929 e il 1943.

La seconda caratteristica degna di menzione del volume riguarda invece i suoi risvolti attuali, data la scelta di leggere la manualistica scolastica attraverso la lente dell’emigrazione. Si tratta infatti di una questione ancora oggi spinosa, poco raccontata o mitizzata, che dovrebbe invece entrare nel dibattito pubblico senza alcuna strumentalizzazione, al fine di diffondere un pensiero consapevole attorno a un’esperienza di massa che molto potrebbe insegnare alla nostra contemporaneità. L’analisi dei libri scolastici illustra le radici di tale visione ancora oggi problematica. Da segnalare infine il sostanzioso apparato iconografico (oltre 300 illustrazioni a colori e in b/n) che arricchiscono il volume di Luatti di una dimensione che è sempre stata consustanziale ai testi scolastici: l’immaginario degli alunni si costruisce infatti anche a partire dalle illustrazioni che, numerosissime, accompagnano e avallano la riflessione dell’autore. L’analisi delle scritture scolastiche contenute in un quaderno appartenuto ad un alunno italiano vissuto con la famiglia emigrata nella Savoia francese, conferma infine il senso e l’importanza di questa ricerca, che fa riflettere su quanto le istituzioni educative e i libri, che ne sono gli strumenti, abbiano inciso, e possano ancora farlo, sull’immaginario e sul pensiero collettivi. Lorenzo Luatti è ricercatore dei processi migratori e delle relazioni interculturali presso Oxfam Italia.

 

Lorenzo Luatti, L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero. Ideologie, pedagogie, rappresentazioni, cronache editoriali

Fondazione Migrantes, Tau editrice, Todi (PG), 2017, 415 pp., 15 euro.

Roma. La scoperta dell’Italia, il fascismo raccontato dai corrispondenti americani (Marsilio Edizioni) è l’ultima opera del professor Mauro Canali, per la quale lo storico romano è stato insignito pochi giorni fa del Premio FiuggiStoria 2017 per la saggistica. Il libro è stato presentato a Roma nel corso di un incontro pubblico che ha avuto luogo presso il Centro Studi Americani e a cui hanno partecipato, oltre all’autore, Paolo Messa (direttore del Centro), Piero Craveri (presidente della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce), Mario Avagliano (giornalista e storico) e il giornalista del Messaggero Fabio Isman.

Mauro Canali, professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Camerino e membro del Comitato scientifico di Rai-Storia, è uno degli studiosi più autorevoli del fascismo, a cui ha iniziato a dedicarsi in giovane età sotto la guida del suo maestro Renzo De Felice. Ha concentrato in particolare le sue ricerche sulla struttura totalitaria e sui meccanismi informativi e repressivi del regime mussoliniano. Questo bel saggio, che si legge come un romanzo molto avvincente, nasce – come lo stesso autore ha spiegato nel corso della presentazione – soprattutto dalla necessità di scoprire e chiarire sotto quale luce il regime fascista apparisse agli occhi di un paese estraneo all’Italia come gli Stati Uniti, e come venisse descritto ai suoi lettori. Un punto di vista quindi inedito per ripercorrere le vicende di quegli anni, in grado di offrirci al tempo stesso uno spaccato molto interessante della società del ventennio fascista.

Si tratta di un lavoro che ha richiesto una lunga e meticolosa ricerca attraverso le fonti più disparate, tra cui gli archivi privati di molti corrispondenti che spesso lasciavano ai posteri dei diari e appunti legati a quel periodo storico. Rispetto ad altri testi che hanno analizzato il tema del rapporto tra gli Stati Uniti e Mussolini – a cominciare da quello dello storico californiano John Diggins (L’America, Mussolini e il fascismo, Laterza 1972) – Canali ha voluto indagare più in profondità per scoprire fino a che punto certe prese di posizione nei confronti del fascismo fossero condizionate dalle pressioni (che spesso sfociavano in ricatti e minacce) e in veri e propri tentativi di corruzione che il regime esercitava nei confronti degli inviati esteri.

Il libro mostra come nel primo periodo il fascismo venisse visto generalmente di buon occhio da parte della stampa americana. Si trattava di un giudizio che, prima ancora dell’avvento al potere di Benito Mussolini, risentiva del bagaglio di esperienze legato alla fase turbolenta post-bellica in cui si trovavano gli Stati Uniti, e del fatto che questi inviati avessero nella maggior parte dei casi una conoscenza molto superficiale della storia e della politica italiana, frutto essenzialmente di pregiudizi e di stereotipi. Il Duce era ritenuto l’artefice di una rivoluzione “bella e giovane” e veniva dipinto come l’unico credibile baluardo nei confronti del pericolo bolscevico: negli Stati Uniti infatti si avvertiva un forte allarme per quelle manifestazioni di grande conflittualità sociale che ebbero luogo in Italia nel cosiddetto “biennio rosso”, poi culminate con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920.

Il fascismo rappresentava quindi per molti di questi corrispondenti americani una risposta efficace in quanto aveva saputo mettere a tacere i sindacati e le lotte di classe, garantendo una pax sociale fatta di ordine e disciplina. Una soluzione certo non esportabile negli Stati Uniti ma che a loro avviso si adattava bene all’Italia, che inquadravano come un paese un po’ anarcoide e tendenzialmente refrattario all’ordine costituito. Tra questi giornalisti Canali cita ad esempio Kenneth Roberts, inviato del “Saturday Evening Post” e autore del romanzo storico Passaggio a nord-ovest, che dopo aver denunciato il pericolo comunista, esaltò il fascismo come un movimento necessario per impedire che l’Italia precipitasse “in un turbine caotico di comunismo e di disastri finanziari”. Un altro corrispondente, Isaaac Marcosson, definì Mussolini addirittura “Il Theodore Roosevelt latino”, così come Lincoln Steffens del “New York American”, che arrivò a scrivere frasi apologetiche come questa: “Immaginate un Theodore Roosevelt consapevole, mentre governava, del posto che avrebbe occupato nella storia degli Stati Uniti, e avrete l’immagine di Benito Mussolini in Italia”. E poi ancora Walter Lippmann, vincitore di due premi Pulitzer e molto noto nella comunità degli italo-americani; e Anne O’Hare McCormick, autrice di molti reportage più che lusinghieri nei confronti del fascismo per il supplemento domenicale del “New York Times”, autentico megafono della propaganda del regime mussoliniano in America.

Ma tra questi corrispondenti vi era chi aveva maturato riguardo al Duce un’opinione del tutto opposta. Ci riferiamo in particolare a mostri sacri della letteratura del Novecento come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. In particolare Fitzgerald, che trascorse cinque mesi a Roma nel 1924 insieme alla moglie Zelda, capì subito che il fascismo si presentava con il volto del vecchio autoritarismo e in riferimento ad esso parlava senza mezzi termini di “spasmi di un cadavere”, invitando i suoi lettori a non lasciarsi ingannare dal suo dinamismo apparente. In seguito sarà costretto ad andarsene e a non mettere più piede in Italia perché fermato dalla polizia, malmenato e portato in prigione per qualche ora: racconterà questa sua brutta esperienza in uno dei suoi più celebri capolavori, Tenera è la notte.

Il caso di Hemingway è diverso: inizialmente sembrava attratto da Mussolini, che apprezzava soprattutto per le sue qualità di patriota combattente, ritenendo legittima la reazione del fascismo contro la minaccia di una trionfante rivoluzione bolscevica. Lo incontrò per la prima volta a Milano e lo descrisse sul “Toronto Daily Star” come “un uomo grande, dalla faccia scura con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso, e mani grandi ed espressive”. Poi solo sei mesi dopo il giudizio di Hemingway cambiò radicalmente. Nel gennaio del 1923, in un articolo pubblicato dopo aver incontrato Mussolini a Losanna in occasione del meeting internazionale che avrebbe dovuto regolare i rapporti tra la nuova Turchia di Atatürk e le potenze uscite vittoriose dalla guerra, si lascerà andare a una critica molto feroce nei confronti del duce: arriverà a definirlo “il più grande bluff d’Europa”, come uno che ha del “genio nel rivestire piccole idee con paroloni”; aggiungerà inoltre di non sapere se e quanto questo bluff potrà durare: se quindici anni o se verrà rovesciato al più presto. E racconterà un episodio a dir poco grottesco: appena entrato nel salone dove si svolgeva la conferenza stampa vide Mussolini seduto alla scrivania mostrandosi molto concentrato come per darsi delle arie da grande intellettuale “intento a leggere un libro con il famoso cipiglio sul volto”. Hemingway si avvicinò e sbirciando alle sue spalle scoprì “che si trattava di un dizionario francese-inglese, tenuto al rovescio”. Dopo aver letto quell’articolo Mussolini gli giurò che non lo avrebbe più fatto tornare in Italia. Canali svela anche che anni dopo, nel pieno della guerra di Spagna, dopo che sulla stampa americana erano apparse alcune sue corrispondenze da Tarragona fortemente critiche nei confronti degli italiani impegnati a combattere a fianco delle truppe franchiste, dei personaggi che gravitavano intorno al consolato italiano di New York avevano studiato un piano di aggressione fisica ai suoi danni.

Quest’ultimo episodio è rivelatore dell’opera sistematica di controllo che il regime esercitava nei confronti della stampa, sia attraverso tentativi di corruzione sia, come nel caso di Hemingway, per mezzo di veri e propri atti di intimidazione. E questo spiega il motivo per cui solo pochi coraggiosi inviati americani si fossero esposti fino denunciare il carattere repressivo e autoritario del regime e la presenza sempre più asfissiante del famigerato apparato poliziesco dell’Ovra nella vita quotidiana. Un apparato che già a metà degli anni Trenta sarà particolarmente raffinato e in grado di controllare la vita dei cittadini (e quindi anche degli inviati esteri) in maniera spietata e relativamente facile. I lettori americani furono così per tanti anni di fatto ingannati dai loro corrispondenti: nei direttori e negli editori delle principali testate prevalse la prudenza nel raccontare le vicende del regime, anche per evitare i costi delle inevitabili espulsioni dei loro corrispondenti. Persino dopo il delitto Matteotti i grandi giornali americani si mostrarono sostanzialmente allineati e non fecero altro che riportare le veline dell’ufficio stampa di Mussolini, quindi la versione secondo cui il deputato socialista sarebbe stato ucciso da alcune frange estremiste di fascisti fuori controllo. Il solo inviato che ebbe il coraggio di indagare sul caso fu il corrispondente del “Chicago Tribune” George Seldes, che infatti fu per questo motivo cacciato brutalmente dall’Italia.

L’idillio con il fascismo comincerà a tramontare con la guerra di Etiopia (tra il 1935 e il 1936) e in seguito con la guerra civile spagnola (1936-1939), la promulgazione delle leggi antisemite nel 1938 e il progressivo avvicinamento alla Germania nazista. Fu a quel punto che il presidente americano Frank Delano Roosevelt, che pure in passato aveva manifestato apprezzamento verso le riforme sociali fasciste legate allo stato corporativo, capì di avere a che fare con un personaggio del tutto inaffidabile e con cui non si poteva avere nulla a che spartire.

La stampa americana si pose quindi sulla stessa lunghezza d’onda del capo della Casa Bianca, assumendo finalmente una posizione non più indulgente nei confronti del fascismo, fino a denunciarne il carattere totalitario. Ci fu così un inasprimento del metodo repressivo e fioccarono inevitabilmente le espulsioni di molti corrispondenti in Italia. Tra le prime testate ad adeguarsi vi fu il “New York Times” con la sostituzione del fascistissimo Arnaldo Cortesi con Herbert Matthews, reduce dalla guerra civile spagnola e convertito all’antifascismo. Tuttavia non sarà facile giustificare questo repentino cambio di rotta. Gli articoli di Matthews erano sottoposti come quelli di tutti gli altri corrispondenti alla censura preventiva ma l’inviato del giornale newyorkese non rinuncerà a pubblicarli lasciando gli spazi bianchi che coincidevano con i tagli che venivano operati dagli uomini del regime.

Pescara. Ogni libro di Goffredo Palmerini ha la caratterista unica ed originale di dilatare il tempo a nostra disposizione. Come un annuario riassume momenti fondamentali di un suo intenso anno (e qualche mese) di lavoro, di pensiero e di riflessione: ci aggiorna sui contatti e sulle nuove relazioni, ne ricostruisce di antiche o perdute. Una ragnatela di eventi tessuta però – come giustamente conferma il titolo del libro – in nome e per conto dell’Italia, appunto con L’Italia nel cuore. Il lavoro di Goffredo Palmerini è ormai, a tempo pieno, quello di essere “ambasciatore culturale” dell’Italia. Fa conoscere luoghi ed eventi, porzioni misconosciute del nostro territorio per creare legami nazionali ed internazionali, riconnettere generazioni, rinsaldare conoscenze.

Tempo di avvento e tempo di regali. Goffredo Palmerini confeziona all’interno del suo libro tanti pacchetti regalo, che nella religione laica e spirituale del dono, rinsaldano quei legami mai sopiti con tutti gli italiani sparsi per il mondo. Le comunità italiane, figlie della emigrazione di fine ed inizio secolo ci guardano, ci leggono, ci osservano. Per questo personaggi della storia e della cultura italiana possono incontrarsi su queste pagine - ed anche nella realtà, a volte- con personaggi, storie ed avventure di oltre oceano. Il sottotitolo che recita: “sensazioni, emozioni e racconti di viaggio”esplicita perfettamente questo andirivieni umano e letterario che caratterizza il libro, pieno di eventi e di impegni come un fitto calendario in cui si va a ricercare quello che riguarda proprio noi, non senza però aver apprezzato tutto ciò che ci scorre intorno.

Così accade che ci si può emozionare anche su queste dense pagine, sul suo ricchissimo corredo iconografico che testimonia proprio la ricchezza umana e relazionale raggiunta. Le comunità degli italiani all’ estero possono riannodare con questo libro visi e nomi, ricostruire un grande album di presenze che vanno oltre il tempo, l’occasione o il convegno e che durano appunto nelle pagine di un libro ma anche nella interiorità del lettore. Una ricchezza che Palmerini mette, come suo solito, a disposizione di tutti; un atto di gentilezza senza pari, in cui a volte sembra davvero farsi da parte, sia come scrittore che come personaggio, per lasciar posto al succedere degli eventi e al racconto di altre vite ed altre storie. Basta scorrere velocemente l’indice del libro per intuirne la portata: dalle mostre di pittura a Manhattan alle donne costituenti abruzzesi, dal terremoto dell’Aquila a Casa Argentina, da Torquato Tasso alla galleria di Washington,dal ricordo della strage di Marcinelle al convegno sull’emigrazione abruzzese; riflessioni sull’ uso della lingua italiana, teatro di New York. Senza mai dimenticare tutto il territorio abruzzese, nelle sue quattro province, e persino il vicino Molise.

L’ultima parte del libro racchiude alcuni interventi critici ed amicali che molti scrittori hanno voluto dedicare al precedente libro di Goffredo Palmerini, Le Radici e le ali, edito con la stessa casa editrice. C’è infatti un nesso ben preciso trai due volumi, un ponte fatto di parole, una alleanza di percorsi, come se l’uno fosse la continuazione dell’altro. Il filo rosso però resta saldamente nelle mani dell’autore, che, con immutato amore, ci racconta ogni volta storie nuove, ordito e ragione del suo viaggio: un’attenzione speciale all’emigrazione, alla vita di nostri connazionali all’estero ne fa un documento prezioso, umano e culturale. Non a caso Palmerini è stato nominato, tra i tanti prestigiosi incarichi, dal 2015 “coordinatore dell’Osservatorio Regionale dell’Emigrazione per la Regione Abruzzo”. Non a caso il libro ha avuto notevole successo, non a caso il nostro autore ha già vinto numerosi premi. Proprio recentemente in autunno ha affrontato un nuovo viaggio per incontrare le comunità italiane all’estero. Così fa un vero ambasciatore e sono sicura che tutti noi, numerosi amici e lettori, possiamo definirlo, a pieno titolo “ambasciatore culturale”della nostra bella Italia, perché viaggia appunto con L’Italia nel cuore.

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