Articoli filtrati per data: Febbraio 2017

Chieti. Che Papa Francesco si stagli nel panorama mondiale come autorità morale universalmente riconosciuta è un dato di fatto. Continua inoltre ad accompagnato un ampio entusiasmo popolare, motivato dalla straordinaria capacità comunicativa con cui egli raggiunge i cuori servendosi di un linguaggio semplice e immediato, fatto di parole e di gesti di grande efficacia. Non mancano, tuttavia, resistenze alla Sua azione e al Suo messaggio: specialmente dopo la pubblicazione dell’Esortazione “Amoris Laetitia”, seguita alle due assemblee sinodali del 2014 e 2015 sul tema della famiglia, diverse critiche al Suo magistero si sono concentrate sulla possibilità di integrare pienamente nella vita della comunità ecclesiale e di ammettere ai sacramenti i divorziati risposati che si trovino in una situazione irreversibile e siano animati da una fede viva e dal desiderio di comunione con il Signore e con la Chiesa. I “dubia” presentati da quattro autorevoli membri del Collegio Cardinalizio, enfatizzati da molti media, sono stati la punta di iceberg di questa resistenza, che - sebbene largamente minoritaria nel popolo di Dio - vuole tuttavia farsi sentire dall’opinione pubblica e in particolare nella comunità ecclesiale. Alcuni interventi di operatori della comunicazione e di esperti di discipline teologiche, morali e pastorali, si uniscono a questo coro, che non scalfisce certo la serenità e la libertà di azione di Francesco, ma rischia di seminare insicurezza e divisione fra i cattolici e non solo. Il punto chiave delle critiche rivolte al Papa riguarda l’accusa di “relativismo”: partendo specialmente dalla risposta che il Pontefice diede ai giornalisti durante il volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro nel luglio 2013 a proposito dei gay - “Chi sono io per giudicare?” - si osserva che se non è il Papa a ribadire senza mezzi termini le certezze della fede e della morale, la Chiesa intera è esposta al rischio di relativismo, abdicando al suo compito fondamentale di testimoniare la verità rivelata. L’argomento, ripreso da varie parti, merita che si chiarisca il perché della sua infondatezza e che si evidenzino gli equivoci che può ingenerare.

Relativista è la posizione di chi nega che ci sia o possa esserci una verità oggettiva e assoluta, riconoscibile da chiunque usi con onestà la propria ragione e il proprio cuore: mettendo da parte l’obiezione di fondo che evidenzia come il relativista si contraddica in radice perché, per affermare che tutto è relativo, deve pur ammettere l’assolutezza di una tale affermazione, non è difficile avvertire l’abissale distanza che c’è fra chi non riconosce l’esistenza di alcun riferimento oggettivo e trascendente, valido e vincolante per tutti, e chi - come Papa Francesco - non ha esitato e non esita a giocare la sua vita per una causa totalizzante come quella della buona novella di Gesù. Il Gesuita Bergoglio incarna perfettamente l’ispirazione ignaziana, che un altro grande gesuita, il teologo Karl Rahner, descriveva così parlando della propria ricerca: “Anche nel lavoro teologico io desidero essere un uomo, un cristiano e, per quanto possibile, un sacerdote della Chiesa... Io desidero poter sperare che quella indicibile tenebra, che è insieme luce, che noi diciamo Dio e in cui ci si deve abbandonare credendo, sperando e amando, è quello su cui mi concentro (il meglio possibile) e di cui tento di parlare, anche se le parole sembrano proprio folli (come potrebbe essere diversamente!), come quella paglia, di cui parlò Tommaso d'Aquino alla fine della sua vita”. Analogamente, il gesuita Bergoglio ha voluto e vuole essere uomo tra gli uomini, al tempo stesso totalmente consegnato alla causa di Dio in questo mondo a favore di quegli stessi uomini per cui Cristo è morto ed è risorto alla vita. Questa dedizione incondizionata non ha, però, nulla della pretesa di catturare l’oggetto di un così grande amore: “Alla fine - dice ancora Rahner - si prosegue a mani vuote. Ma è bene così. Poi si guarda il Crocefisso. E si va avanti. E quel che viene è la beata

inafferrabilità di Dio”. Anche da Papa Francesco resta un discepolo di Ignazio di Loyola e sulle sue orme coniuga l’assoluta consegna al Signore Gesù e la consapevolezza di essere sempre e solo servitore e non padrone della verità da Lui offerta al mondo. “Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo - ha scritto in questi giorni per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali - diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. E noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato ristampato in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio”. Anche in quanto afferma “Amoris Laetitia” a proposito della famiglia è il Vangelo a risuonare: e lo sforzo di integrare e accompagnare tutti, anche chi si trova in situazioni ferite o contrastanti con il disegno divino rivelato, non è tradimento della dottrina, affermata anzi con fedeltà e chiarezza, ma esercizio di misericordia per non separare mai la verità e l’amore in cui essa si esprime. Francesco è ben consapevole del fatto che oggi “una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne”, coinvolgendo “gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani”, come ha detto recentemente parlando alla Rota Romana: egli sa anche, però, che l’assoluto della verità non può fare a meno dell’assoluto della carità. Sta in questa coniugazione il cuore del suo messaggio, che di relativismo non ha veramente nulla, mentre respira a pieni polmoni del soffio del Vangelo, che vuol salvare e rendere liberi tutti.


(Il Sole 24 Ore, Domenica 29 Gennaio 2017, 1 e 20)
di
Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

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Campobasso. Anche noi migranti, sulle vie della Pace e della Giustizia è il tema del talk show promosso dall’arcidiocesi di Campobasso –Bojano in collaborazione con Fondazione Migrantes, Caritas, Pastorale Familiare, UCSI Molise, Presidenza Regione Molise, per raccontare, testimoniare e riflettere sulla crisi migratoria, sulle azioni per raggiungere una convivenza pacifica, per imparare a «sognare… e costruire un mondo dove nessuno si senta solo, nessuno si senta superfluo o senza un posto». Domenica 5 febbraio 2017 alle ore 17:00, presso l’auditorium del Palazzo Gil, in via Milano, 1 – Campobasso si terrà l’incontro tematico con la partecipazione straordinaria di Pino Finocchiaro, giornalista e redattore di Rai News 24.
Interverrano : S.E. Mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso –Bojano;
don Adriano Cifelli, direttore Pastorale Migrantes –CB;
don Franco D’Onofrio, direttore Caritas Campobasso.
Gli interventi saranno alternati da testimonianze dirette di migranti, di famiglie, di cooperative di accoglienza, sindaci del Molise che attuano i progetti Sprar.
In apertura immagini e suoni a cura dei giovani ospiti della cooperativa il “Geco” di Campobasso e Isernia.
Sono 175mila i migranti presenti oggi sul territorio italiano di cui quasi 137mila i migranti ospiti delle strutture temporanee di accoglienza in Italia, 15mila vengono ospitati nei centri di prima accoglienza, 41 le commissioni che valutano le richieste d’asilo. Per affrontare questo fenomeno purtroppo oggi bisogna fare riferimento alla cronaca sui numeri in crescita a dismisura. Le migrazioni di massa non sono certo un fenomeno recente per l’Europa. “Quello che è nuovo è invece l’enorme aumento del numero di rifugiati e richiedenti asilo che bussano alle nostre porte, effetto collaterale e indesiderato dei disastrosi interventi militari condotti dalle potenze occidentali in Afghanistan e in Iraq”. La violenza inaudita dei nuovi teatri di guerra ha infatti spinto decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case e i propri averi, aggiungendosi al flusso dei cosiddetti migranti economici, che continuano a muoversi perché spinti dal desiderio di vite migliori. Non c’è da meravigliarsi che queste masse in movimento siano viste da chi vive in Europa come ‘messaggeri di cattive notizie’. Agli interessi economici si contrappone un bisogno crescente di un “rifugio” esistenziale e concreto per dare dignità all’uomo e alla donna in uno spettro dove la polvere della globalizzazione ha cancellato i diritti e i doveri della persona, discriminandola. C’è bisogno di inaugurare una nuova stagione, costruire ponti invece di muri. Solo il dialogo, la fusione degli orizzonti potrà evitare il disastro che, come esprime il sociologo Bauman “Noi siamo un solo pianeta, una sola umanità. Quali che siano gli ostacoli, e quale che sia la loro apparente enormità, la conoscenza reciproca e la fusione di orizzonti rimangono la via maestra per arrivare alla convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti, collaborativa e solidale. Non ci sono alternative praticabili. La ‘crisi migratoria’ ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che abbiamo in comune”. Dietro le porte della modernità bussano i profughi. «Cancelliamo ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, e chiediamoci: chi ha pianto? chi ha pianto oggi nel mondo?» è quanto chiede papa Francesco per realizzare dialoghi di Pace e di Giustizia.
Con Pino Finocchiaro, dunque, ascoltare e dialogare per accrescere il senso di responsabilità della corretta informazione per una cultura della Solidarietà, Giustizia e Pace.

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Chieti. Venerdì 17 febbraio alle ore 21 con “Lu sprumente” della compagnia "I giovani amici del teatro” di Pescara, inizia la Rassegna di Teatro Dialettale Amatoriale “Premio Marrucino 2017”, organizzata dalla Deputazione Teatrale Teatro Marrucino con la preziosa collaborazione della Sezione Abruzzo della F.I.T.A. - Federazione Italiana Teatro Amatori.
Sul palco del Teatro Marrucino, le migliori compagnie amatoriali d’Abruzzo si contenderanno l’edizione 2017 del Premio Marrucino con spettacoli dalle trame esilaranti, che tra equivoci e colpi di scena sapranno assicurare al pubblico il divertimento. Dopo "I giovani amici del teatro”, saranno in scena le compagnie "Je furne de Zefferine" di Avezzano (il 10 marzo in “Isse, éssa e... quij’atre”), “Le muse” di Castelnuovo al Vomano (il 17 marzo in “Fije, fijiastre e fije de bbona mamme”), “Lu passatempe” di Penne (il 24 marzo in “Na femmene ‘nghi li baffe” ), "Il Torrione" di Martinsicuro (il 7 aprile in “La fortuna con l’effe maiuscola”), la "Atriana” di Atri (il 28 aprile in “Tu ‘nghi li trunche, je ‘nghe la paje, foche fi, foche facce”) e "La bottega del sorriso” di Basciano (il 5 maggio in “Nu jorne de feste”). A chiudere la rassegna, il 12 maggio durante la serata di premiazione, sarà lo spettacolo fuori concorso “Ddu' rape strascenate”, rappresentato dalla Compagnia “I Marrucini" di Chieti.
Nell’occasione della premiazione 2017, dopo aver ospitato il Presidente nell’edizione 2016, sarà presente il Direttivo nazionale della F.I.T.A. La seconda edizione del Premio, oltre che dalla qualità delle rappresentazioni, coinvolgerà Compagnie provenienti delle quattro province abruzzesi, arricchendo e qualificando l’offerta al pubblico.

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