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Attilio Alessandro Ortolano ci racconta com’è nato il suo romanzo “Bellezza e crudeltà” VIDEO

Francavilla al Mare. Il giovane autore Attilio Alessandro Ortolano, autore del fortunato romano “Bellezza e crudeltà”, si è confidato nei nostri microfoni e ci ha descritto il contorno interiore che lo ha portato alla composizione del libro.
“Bellezza e crudeltà” è stato pubblicato nel 2015 dalle edizioni La Gru, è ambientato nel 2112 e vede come protagonista Jonathan Mesto in un società distopica. Questo romanzo si è aggiudicato il Premio Nazionale Vittoriano Esposito di Celano come miglior autore abruzzese, il Premio Internazionale La Pergola a Firenze ed una menzione da encomio al Premio Internazionale Michelangelo Bonarroti.

 

– Al di la della trama, che cosa vuoi trasmettere con questo romanzo?

– “Ringrazio l’editore che ha pubblicato questo libro e tutti quelli che sono stati i lettori e che mi hanno aiutato a presentarlo e chi ci ha visto qualcosa che nemmeno io sono riuscito a vedere. Nella prefazione di un libro ci si chiede a cosa serva la Letteratura, la prima risposta è che la Letteratura non serve a niente, al presente la Letteratura non ha importanza. Facendo un’analisi più approfondita si arriva ad una seconda risposta: fare la Letteratura vuol dire influenzare la coscienza delle persone. La prima cosa che risalta secondo me la Letteratura è che ogni persona ogni giorno combatte una propria battaglia, ma la Letteratura ci insegna che nessuno è solo. Immaginiamoci senza pollici cosa potremmo fare, quasi più nulla: non potremmo prendere una penna in modo corretto per scrivere, non potremmo più prendere un libro, non potremmo più prendere un bicchiere d’acqua. Questo dovrebbe farci pensare che ogni dettaglio del nostro corpo è essenziale e che noi come esseri umani siamo perfetti, forse siamo divini. Questo dovrebbe portarci ad essere grati per tutto perché abbiamo delle gambe per camminare, delle orecchie per sentire, degli occhi per vedere, delle mani per fare qualsiasi cosa e c’è chi invece non ha questa possibilità . oppure se ci guardiamo intorno ogni giorno vediamo alberi, l’albero che va più in alto è quello che ha messo le radici più profonde, allo stesso modo forse vale anche per l’uomo: per elevarsi deve mettere delle radici molto profonde, per me queste sono prevalentemente l’umiltà e l’amore. Sono concetto di cui penso di non essere all’altezza di parlare in modo compiuto. Un altro esempio: pensiamo di vivere su un altro Pianeta in cui i cucchiai che conosciamo sono lunghissimi. A quel punto vuol dire che per mangiare la nostra zuppa di sera dovremmo chiedere ad un’altra persona di prendere l’estremità del cucchiaio perché altrimenti non potremmo mangiare. Questo in un certo senso ci insegna che è importante per l’essere umano la cooperazione tra le persone attraverso la quale si può raggiungere un’armonia migliore”.

– Cosa ti ha spinto a scrivere e cosa rappresenta per te la Letteratura?

– “In realtà io credo che il protagonista sia il libro e non l’autore, l’autore va in secondo piano, io altro non sono che il messaggero del libro. Con quello che dico a volte potrebbe sembrare che sono un santo, in realtà non lo sono, sono un essere umano che ha paura che sbaglia tantissime volte, ma che nonostante questo cerca di esprimere qualcosa. Altro non sono che un messaggero in cammino in fin dei conti. Grazie a Bellezza e crudeltà ho potuto parlare di quello che sentivo, nelle presentazioni e nelle interviste ho provato delle emozioni. Penso che la sola lettura ed il solo studio non siano il punto finale della nostra conoscenza. Come disse un capo indigeno, la conoscenza altro non è che un sentiero. In realtà è il libro che si lascia scrivere dall’autore, non è l’autore che scrive il libro. L’importanza del lettore che leggerà il libro è grandissima, forse conta di più dell’autore stesso. Il libro in un certo senso è una faccia che ognuno deve indossare secondo le proprie possibilità. Ciò significa che ognuno ci vede un qualcosa di diverso ed in questo sta anche la Letteratura come specchio delle persone, come impegno”.

– Spesso ricorri al tema dell’armonia, come la intendi?

– “Ho da raccontare due storie che ho visto. Rispetto all’armonia mi piace ricordare che il popolo antico dei Maya si salutava con una particolare formula che era ‘ila cash’ che significa ‘io sono un’altra manifestazione di te stesso’. E questo significa che anche la foglia o il sasso o il lombrico altro non sono che un’altra manifestazione dell’essere umano. Un giorno mi trovavo in un Circolo Tennis a fare una partita e ad un certo punto vedo un lombrico che strisciava sugli scalini per arrivare nella sua casa, al terreno. Strisciava lentamente e ad un certo punto arrivò sul ciglio del primo gradino e sembrò fermarsi come se stesse valutando la distanza tra il primo ed il secondo gradino. Ad un certo punto si butta giù e nel momento in cui è a terra si contorce, sembra quasi non confermare la psicologia che i lombrico non prova dolore. Il lombrico vive pochi mesi, passa la propria vita strisciando. Io penso che la vita dell’essere umano, rispetto al tempo cosmico sia molto breve, quindi la vita di un uomo non è altro che un momento rispetto al tempo cosmico e credo che da un lombrico possiamo imparare a non arrenderci mai nonostante la nostra esistenza sia limitata. Non sappiamo se abbiamo scelto noi di salire su questo treno, non sappiamo nemmeno quando scendiamo o si fermerà, però è importante considerare che tutti gli esseri sono uguali. Riguardo a questo mi viene in mente un’altra storia: un giorno mi trovavo al mare e guardavo un monaco tibetano. Si avvicinò ad uno dei clienti seduto ad un tavolo dello stabilimento balneare e gli chiese ‘Tu chi sei?’ ed il cliente gli rispose che era un avvocato e chiese a sua volta lui chi era. Io lo raggiunsi e gli chiesi ‘Secondo te chi siamo?’ e lui rispose ‘Siamo anime eterne che vagano’ e andò via”.

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