Politica

Accuse al Papa di relativismo: dall’Abruzzo così risponde il teologo Bruno Forte

Chieti. Che Papa Francesco si stagli nel panorama mondiale come autorità morale universalmente riconosciuta è un dato di fatto. Continua inoltre ad accompagnato un ampio entusiasmo popolare, motivato dalla straordinaria capacità comunicativa con cui egli raggiunge i cuori servendosi di un linguaggio semplice e immediato, fatto di parole e di gesti di grande efficacia. Non mancano, tuttavia, resistenze alla Sua azione e al Suo messaggio: specialmente dopo la pubblicazione dell’Esortazione “Amoris Laetitia”, seguita alle due assemblee sinodali del 2014 e 2015 sul tema della famiglia, diverse critiche al Suo magistero si sono concentrate sulla possibilità di integrare pienamente nella vita della comunità ecclesiale e di ammettere ai sacramenti i divorziati risposati che si trovino in una situazione irreversibile e siano animati da una fede viva e dal desiderio di comunione con il Signore e con la Chiesa. I “dubia” presentati da quattro autorevoli membri del Collegio Cardinalizio, enfatizzati da molti media, sono stati la punta di iceberg di questa resistenza, che – sebbene largamente minoritaria nel popolo di Dio – vuole tuttavia farsi sentire dall’opinione pubblica e in particolare nella comunità ecclesiale. Alcuni interventi di operatori della comunicazione e di esperti di discipline teologiche, morali e pastorali, si uniscono a questo coro, che non scalfisce certo la serenità e la libertà di azione di Francesco, ma rischia di seminare insicurezza e divisione fra i cattolici e non solo. Il punto chiave delle critiche rivolte al Papa riguarda l’accusa di “relativismo”: partendo specialmente dalla risposta che il Pontefice diede ai giornalisti durante il volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro nel luglio 2013 a proposito dei gay – “Chi sono io per giudicare?” – si osserva che se non è il Papa a ribadire senza mezzi termini le certezze della fede e della morale, la Chiesa intera è esposta al rischio di relativismo, abdicando al suo compito fondamentale di testimoniare la verità rivelata. L’argomento, ripreso da varie parti, merita che si chiarisca il perché della sua infondatezza e che si evidenzino gli equivoci che può ingenerare.

Relativista è la posizione di chi nega che ci sia o possa esserci una verità oggettiva e assoluta, riconoscibile da chiunque usi con onestà la propria ragione e il proprio cuore: mettendo da parte l’obiezione di fondo che evidenzia come il relativista si contraddica in radice perché, per affermare che tutto è relativo, deve pur ammettere l’assolutezza di una tale affermazione, non è difficile avvertire l’abissale distanza che c’è fra chi non riconosce l’esistenza di alcun riferimento oggettivo e trascendente, valido e vincolante per tutti, e chi – come Papa Francesco – non ha esitato e non esita a giocare la sua vita per una causa totalizzante come quella della buona novella di Gesù. Il Gesuita Bergoglio incarna perfettamente l’ispirazione ignaziana, che un altro grande gesuita, il teologo Karl Rahner, descriveva così parlando della propria ricerca: “Anche nel lavoro teologico io desidero essere un uomo, un cristiano e, per quanto possibile, un sacerdote della Chiesa… Io desidero poter sperare che quella indicibile tenebra, che è insieme luce, che noi diciamo Dio e in cui ci si deve abbandonare credendo, sperando e amando, è quello su cui mi concentro (il meglio possibile) e di cui tento di parlare, anche se le parole sembrano proprio folli (come potrebbe essere diversamente!), come quella paglia, di cui parlò Tommaso d’Aquino alla fine della sua vita”. Analogamente, il gesuita Bergoglio ha voluto e vuole essere uomo tra gli uomini, al tempo stesso totalmente consegnato alla causa di Dio in questo mondo a favore di quegli stessi uomini per cui Cristo è morto ed è risorto alla vita. Questa dedizione incondizionata non ha, però, nulla della pretesa di catturare l’oggetto di un così grande amore: “Alla fine – dice ancora Rahner – si prosegue a mani vuote. Ma è bene così. Poi si guarda il Crocefisso. E si va avanti. E quel che viene è la beata inafferrabilità di Dio”. Anche da Papa Francesco resta un discepolo di Ignazio di Loyola e sulle sue orme coniuga l’assoluta consegna al Signore Gesù e la consapevolezza di essere sempre e solo servitore e non padrone della verità da Lui offerta al mondo. “Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo – ha scritto in questi giorni per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali – diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. E noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato ristampato in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio”. Anche in quanto afferma “Amoris Laetitia” a proposito della famiglia è il Vangelo a risuonare: e lo sforzo di integrare e accompagnare tutti, anche chi si trova in situazioni ferite o contrastanti con il disegno divino rivelato, non è tradimento della dottrina, affermata anzi con fedeltà e chiarezza, ma esercizio di misericordia per non separare mai la verità e l’amore in cui essa si esprime. Francesco è ben consapevole del fatto che oggi “una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne”, coinvolgendo “gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani”, come ha detto recentemente parlando alla Rota Romana: egli sa anche, però, che l’assoluto della verità non può fare a meno dell’assoluto della carità. Sta in questa coniugazione il cuore del suo messaggio, che di relativismo non ha veramente nulla, mentre respira a pieni polmoni del soffio del Vangelo, che vuol salvare e rendere liberi tutti.

di
Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

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