Sui sentieri della bellezza

Marino Appignani tra poesia e pittura

Si muove tra pittura e poesia il duplice percorso zetetico di Marino Appignani, entronauta raffinato che si serve talune volte del verso per dire le cose del mondo, altre dell’arte, soprattutto della pittura, con la quale ha dato vita ad un linguaggio originale immediatamente riconoscibile, attraverso cui legge i misteri del mondo, della vita e della storia in chiave cromatica ed ermeneutica.

Marino Appignani, infatti, assume nell’opera d’arte quel di più che gli permette di dire gli attimi ed i frammenti, persino i secondi di una vita tra le vite, in una poetica del correlativo oggettivo che esprime nel testo artistico la forza di una comprensione che si dispone con sovrapposizioni spaziali, per un tempo senza tempo ed uno spazio che oserei dire metafisico.

Appignani ha fatto sua la grande lezione dell’arte contemporanea, nella quale l’oggetto si carica di una pluralità di significati, fino ad esplodere come una granata semantica che tutto colpisce e pervade.

Certo: l’io dell’artista riconduce il testo ad una lettura analitica, ma l’effetto è dirompente.

Nella poesia, sorella siamese della prima, il verso è franto, ricercato, alla ricerca di significati nascosti, nella consapevolezza che le arti, tutte le arti, abbiano la capacità e direi la possibilità di dire il mistero.

Ut pictura poesis, dunque, perché all’artista vero non basta solo la carta per dire le sue emozioni, o solo la pittura per trasmetterle, in una dualità esplosiva di approccio alla realtà.

Occorre, a mio avviso, procedere su due livelli che divengono paralleli, con la finzione poetica che attanaglia quella pittorica, in un vortice di legami che Marino Appignani domina perfettamente, cimentandosi nella rivisitazione di temi classici come l’araba fenice o il vaso di Pandora nei quali la concettualità dell’arte contemporanea si innesca nel mito, alla ricerca di una verità che solo l’artista vero può condividere con gli altri.

Quid est veritas? si chiedevano gli antichi e se lo chiede anche il nostro poetartista, nella consapevolezza che una vita senza ricerca non sia degna di essere vissuta, soprattutto quando si dispone di talenti di siffatta natura.

Massimo Pasqualone

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