Sui sentieri della bellezza

Carmine Persichetti tra natura, fede e tradizione

di Massimo Pasqualone

La lunga tradizione abruzzese di scultori, intagliatori ed ebanisti si arricchisce di una figura particolarmente sensibile come quella di Carmine Persichetti, scomparso nel 2018, e la cui memoria permane attraverso una serie di preziose opere realizzate in legno, che possono essere divise in diversi filoni narrativi: la natura in genere, gli animali, la fede, la tradizione e gli antichi mestieri.
Al cospetto della sua produzione ci si trova meravigliati di fronte ad una simile perizia tecnica, che in molti decenni ha dato vita ad una capacità di irretire il lettore dell’opera d’arte frutto, come detto, di una attività certosina di intaglio e levigazione, colorazione, attenzione ai materiali, innesti con la tecnologia per renderli ancora più autentici (è sufficiente pensare alle biciclette o ai mezzi di trazione da lui realizzati), in un crescendo di esperienze che però, a nostro avviso, culminano nella realizzazione di quadretti naturalisti che hanno per protagonisti gli animali.
Carmine Persichetti li studia attentamente, coglie il particolare e realizza vere e proprie opere in miniatura, anche se poi alcune sono di grandi dimensioni, insistendo su determinate caratteristiche che l’animale possiede.
Non è necessario Fedro, neppure Esopo, o altri moderni favolisti o descrittori di virtù animali, per rendersi conto che Persichetti, da un lato, si meraviglia per la bellezza di questi esemplari, dall’altro vive il tempo dell’arte e della bellezza, utilizzando dei simboli noti a molti.
La cicala e la formica, il leone ed il coccodrillo, gli animali da cortile piuttosto che quelli del bosco sono raffigurati con la loro potenza espressiva e simbolica, forse a mo’ di insegnamento, con una morale che sempre e comunque l’opera d’arte contiene e trasmette, e di morale, di onestà, di rigore intellettuale Carmine si faceva ovunque e sempre alfiere.
Tra i tanti animali realizzati, in particolar modo mi hanno colpito le api ed ho provato ad immaginare la meraviglia di Carmine Persichetti di fronte a tanta operosità, ordine, organizzazione, solidarietà, forse una idea di comunità desiderata, soprattutto dopo il trasferimento a Roma, avvenuto per motivi di lavoro nel 1959.

Colpiscono, inoltre, le statuette del presepio, realizzate dal nostro con attenzione al particolare e con la decisa volontà di trasmettere a tutti la sua profonda fede, attraverso una lunghissima tradizione che arriva a Bomba da Greccio.
La patria degli Spaventa, la sua patria (l’Italia è Bomba, era solito dire), viene colta in diversi oggetti di lavoro, in alcuni personaggi o mestieri ora scomparsi, ma ben fissati nella sua mente: l’opera d’arte allora si fa testimonianza storica, memoria di una vita, ricordo capace di trasmettere alle generazioni future quello che non è più, ma permane, quasi baluardo ad una deriva dei valori e dei costumi, argine alla piena di sentimenti detti postmodernità.
C’è rimpianto per una civiltà che scompare, quella contadina, con tutti i suoi strumenti di lavoro e trasformazione dei raccolti, ma non disperazione; ci sono gli insegnamenti degli antichi da tramandare, ci sono gli attimi da fissare per sempre come in alcuni bassorilievi che narrano scene che i giovani non hanno mai visto e che è opportuno raccontare.
Autodidatta ed istintivo, Carmine Persichetti incarna quella preziosa figura (sicuramente peculiare in Abruzzo) a metà tra l’artigiano e l’artista, finanche sciamano, in alcuni tratti, per quella visione della natura e dei suoi abitanti che mai lo ha abbandonato.
E che ora vive per sempre nelle sue opere.

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