Sui sentieri della bellezza

Antonio Di Giambattista, virtuoso del sonetto

di Massimo Pasqualone

Antonio Di Giambattista è nato ad Altino nel 1919 ed è morto a Pescara il 21 novembre del 2015. Ha lavorato alle poste, arrivando al grado di dirigente principale di esercizio, sino al 1982, anno in cui è andato in pensione. Autodidatta, si è avvicinato alla poesia negli anni Settanta, quando si trovava a Lama dei Peligni e, stimolato dal poeta locale Antonio Del Pizzo, iniziò a scrivere sonetti di venatura umoristica, con immediati riconoscimenti di critica e di pubblico e con diverse pubblicazioni tra cui ricordiamo La vije de la croce del 1985; Lu Magna Magne del 1992 (sonetti in vernacolo abruzzese) con prefazione di Aldo Grossi; Frutte di Fratte del 1997 con la prefazione di Michele Ursini; ‘Uardenneme attorne del 2001 con la prefazione di Renzo Del Monaco; Li care puhéte nostre del 2005 con la prefazione di Giovanni Di Girolamo per un totale di 1200 poesie, tra cui 800 sonetti, che hanno ricevuto diversi premi e riconoscimenti e sono presenti in antologie, raccolte.
Nella produzione poetica di Antonio Di Giambattista diversi sono i temi affrontati: la celebrazione dei buoni cibi di un tempo, semplici e naturali, il vino schietto e sincero; le tante gioie della vita e tutto ciò che allieta l’esistenza di chi sa accontentarsi con modestia dei doni della natura contraddistinguono i sonetti in vernacolo abruzzese Lu magna magne.
In Frutte de fratte, Antonio Di Giambattista tratta di principi morali, di vizi e di difetti, presentando la sua filosofia di vita e servendosi di aneddoti, parabole, favole per dare consigli o tiratine di orecchi.
Davvero lusinghiero il giudizio del prefatore Michele Ursini, che definisce Di Giambattista un maestro del sonetto, ma “anche un maestro dei sentimenti, che crede all’uomo e nelle sue capacità di tornare indietro, quando la strada si fa pericolosa, un poeta padrone della parola dialettale.
In ‘Uardenneme attorne l’attenzione del poeta si volge al sociale, ai temi d’attualità, come si soleva dire alcuni anni fa, nella consapevolezza delle difficoltà della storia, con sonetti caudati dedicati ai venditori di morte, alla truffa nella catena alimentare, al decremento demografico, all’usura, alla vecchiaia, alle tangenti, con la consueta vis ironica e moraleggiante.
Particolarissima, tra gli altri, è una delle sue ultime fatiche, Li care puhéte nostre, uscita nel 2005 per le Edizioni Cantagallo, nella quale raccoglie poesie dialettali in acrostico dedicate a 63 poeti abruzzesi.
Come argutamente notato nella prefazione da Giovanni Di Girolamo, “il dialetto nelle sue poesie non è solo una forma espressiva: è invero la rappresentazione di un mondo e di una civiltà, quella popolare, e più spiccatamente contadina- che proprio attraverso il linguaggio scandiscono la storia e l’identità di un popolo, quello abruzzese”.

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