Cronaca

Pescara, cerimonia di commemorazione delle vittime dei bombardamenti del 31 agosto 1943

Pescara. Si è svolta questa sera presso la Sala Consigliare del Comune di Pescara – e non più, causa maltempo, in largo Chiola come previsto inizialmente – la cerimonia di commemorazione delle vittime dei bombardamenti sulla città di Pescara del 31 agosto del 1943. Una corona di alloro è stata deposta dal sindaco Carlo Masci, dal presidente del Consiglio comunale Marcello Antonelli e dal Prefetto vicario, Carlo Torlontano, in ricordo delle oltre duemila persone che quel giorno di 77 anni fa persero la vita. Presenti, oltre alle associazioni combattentistiche e d’arma con i loro gonfaloni, il presidente del Consiglio Regionale, Lorenzo Sospiri, il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Zaffiri, le autorità civili e militari.
Così in una nota il sindaco Carlo Masci: “Ci sono quattro piani paralleli per comprendere gli avvenimenti del passato e le responsabilità di quanto accaduto: le prospettive storica, politica, morale e materiale.
Da quest’ultimo punto di vista, il più semplice da comprendere e da spiegare, la responsabilità materiale della disastrosa incursione su Pescara del 31 agosto 1943 ricade sugli americani e sulla loro strategia di guerra aerea, che gli eventi trasformarono da bombardamento tattico a bombardamento terroristico. L’obiettivo delle strutture ferroviarie fu solo in parte colpito e i danni furono subito riparati, ma quando i quadrimotori Liberator B-24 tornarono alle basi libiche dalle quali erano partite, almeno duemila pescaresi avevano perso la vita, dilaniati e sepolti sotto alle macerie.
La prospettiva morale investe tutto il sistema Paese, proiettato in una guerra che non sentiva e per la quale l’Italia non era affatto preparata, come i suoi vertici militari e istituzionali ben sapevano ancora prima del 10 giugno 1940, ma che pure venne combattuta dalla parte sbagliata e persino con gli entusiasmi degli annunci e l’incoscienza che portò a morire sulle montagne della Grecia, sulle sabbie africane e sulle nevi delle steppe russo-ucraine. La responsabilità, in questo caso, non risparmia nessuno, e nessuno può essere giudice di assoluzioni e di condanne postume.
Sul piano politico le responsabilità sono evidenti e innegabili, dal punto di vista formale e da quello sostanziale. Il fascismo di Mussolini inseguì la guerra e la volle, la monarchia di Vittorio Emanuele III l’avallò in tutti i momenti, condividendone le linee direttive, l’incapacità di valutare uomini e situazioni sotto il profilo interno e quello internazionale. Il discorso del Duce a Palazzo Venezia di fronte a una folla osannante celava che a norma di Statuto era il Re a dichiarare la guerra: lo stesso sovrano che aveva favorito e appoggiato la dittatura, e che ne aveva avuto in cambio l’effimero titolo di imperatore di Etiopia e la corona d’Albania. La classe militare tacque colpevolmente sulla manifesta impreparazione dell’esercito e solo i continui rovesci incrinarono la tenuta del regime fino a provocarne il crollo. Quando Pescara venne bombardata la prima volta Mussolini era stato defenestrato e arrestato da un mese e una settimana, ma il nuovo capo del Governo Maresciallo Pietro Badoglio temporeggiava sull’unica cosa che il suo governo di scopo doveva fare per preciso incarico politico: chiedere la pace agli Alleati.
Il piano storico, infine, si ricollega a quello morale. Le guerre si combattono, si vincono e si perdono come Stato, come governo e come popolo. L’Italia nel 1943 aveva già perso e ne pagava le conseguenze con l’allungamento del numero delle vittime, quei civili lontani dai vari fronti ma divenuti a loro volta bersaglio di pressione militare e politica. Pescara il 31 agosto perse anche l’illusione che quel conflitto fosse una cosa lontana, vissuta attraverso i bollettini, i racconti dei reduci, i telegrammi che annunciavano la morte di parenti e congiunti caduti in mezzo mondo per il giuramento di fedeltà al Re, ovvero alle istituzioni, ovvero all’Italia. La guerra fascista si sarebbe sostituita alla guerra degli italiani 1940-1943, come autorevolmente definita dallo storico Piero Melograni, con la nascita della Repubblica sociale, la creazione di uno spartiacque ideologico e l’esplosione appunto della guerra tra italiani destinata a trascinarsi sanguinosamente fino al 1945, biennio della guerra civile analizzata da Claudio Pavone.
Se è vero che la storia non assolve e non condanna, perché la storia spiega, sta a noi che apparteniamo alle generazioni che si sono succedute dopo quegli eventi drammatici, trarre le conclusioni dal passato, affinché la commemorazione delle vittime di 77 anni fa non sia solo un appuntamento sul calendario, ma divenga davvero un elemento identitario. Per sapere dove andiamo non possiamo fare a meno di conoscere e tramandare da dove veniamo e chi siamo. Solo allora il ricordo dei caduti innocenti sotto le bombe del 31 agosto 1943 sarà non solo un doveroso atto d’omaggio ai pescaresi strappati alla vita e agli affetti, ma anche di consapevolezza, di maturità democratica, di rispetto della libertà e delle conquiste costituzionali che ogni giorno siamo chiamati a tutelare e difendere col nostro impegno e col nostro vivere civile: qui, nella Pescara risorta dalle macerie morali e materiali di una guerra perduta, che ha raccolto e spesso vinto le sfide del futuro. Ricordiamolo ogni volta che vediamo o citiamo la medaglia d’oro al merito civile concessa nel 2001 proprio per il martirio subìto nel 1943”.

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