Cultura e eventi

Lo sguardo di Bonfiglio Liborio sul Novecento. Remo Rapino interviene alla rubrica di Michele Fina

L’Aquila. Il vincitore del Premio Campiello 2020, l’abruzzese Remo Rapino, con il suo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” è stato ospite del 33esimo incontro di “Un libro, il dialogo, la politica”, la rubrica in diretta Facebook curata da Michele Fina. Il confronto è stato l’occasione per evidenziare le particolarità di una storia che, oltre al prestigioso premio, ha ricevuto numerosi apprezzamenti e riconoscimenti da quando è stata pubblicata, circa un anno fa.

In primis il linguaggio, per Fina “una costruzione linguistica particolare, che cattura fin dall’incipit. Non si tratta di dialetto sebbene abbia parole con inflessione dialettale (e un formidabile glossario finale). Il paese dove si svolge la storia non è mai citato, un po’ come i luoghi di Silone: si riconosce Lanciano ma potrebbe essere qualunque altro che abbia quelle caratteristiche. Per questo è amato da ogni parte d’Italia”. Rapino ha spiegato la centralità dell’elemento nella storia, tanto che in essa “il rapporto non è tanto tra gli eventi quanto tra il personaggio e la lingua. Si tratta di un flusso parlato, anche se pieno di dialettismi. Un italiano parlato male: del resto il protagonista è una persona di 84 anni che decide di scrivere la propria vita, non molto acculturata, uno che scrive come parla”. Strettissimo il rapporto tra il linguaggio e “la follia di Liborio, un’energia insopprimibile in grado di rovesciare le certezze e le verità che pensiamo di avere”.

Fina vede Liborio come “un uomo che si scontra con la vita e non può che perdere. E’ un grande libro sulla solitudine: raccontandone una straordinaria spinge il lettore a fare i conti con la propria”. Una solitudine segnata dalla presenza del padre, che Liborio non ha mai conosciuto. L’autore ha detto che proprio “questa solitudine permette al protagonista di leggere gli eventi da una sorta di periferia esistenziale. Raccontando se stesso Liborio racconta la storia di un secolo: guardando il mondo come attraverso delle crepe, ne scova il senso nascosto. In questa storia il personaggio è immaginario, ma delle persone e dei luoghi ho avuto esperienza diretta o indiretta”.
La suggestione suggerita da Fina è quella di “un viaggio, fatto di molti luoghi, ma allo stesso tempo onirico. Per certi versi il protagonista ricorda certi personaggi felliniani. Ho immaginato che le pagine di questo libro possano trovare un seguito in teatro, nello stile di artisti come Ascanio Celestini”. Rapino al riguardo ha rivelato il progetto, in lavorazione, di lettura della storia in tutti i dialetti italiani.

La seconda parte del dialogo è stata innescata dal Fina dalla richiesta all’autore di immaginare il suo personaggio cronologicamente più vicino a noi, magari nato negli anni Ottanta del Novecento, alle prese con le nuove ideologie, con fenomeni come il negazionismo. Rapino non ha avuto dubbi: “Oggi Liborio sarebbe in difficoltà. Se parliamo di periferie esistenziali, penso che si debbano recuperare rapporti come quello tra la politica e l’etica, la cultura, la partecipazione, in un momento storico in cui i codici sociali dominanti sembrano essere quelli negativi. Ecco, ci vorrebbero tanti Liborio per rovesciarli”. Fina ha concordato: “Occorre ricostruire il noi, ovvero quei luoghi a cui chi vive ai margini possa rivolgersi per vivere una vita più consapevole nella risoluzione della propria condizione materiale”.

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