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Note di lettura sul romanzo di Fulvio Furlan “La differenza fra Terluzzi e Van Basten”

di Nicola F. Pomponio

Il romanzo che si presenta – Fulvio Furlan, “La differenza fra Terluzzi e Van Basten”, Edizioni Bietti – è l’opera di un giovane, esordiente scrittore originario della provincia lombarda. E di questa provincia vuole essere anche un affresco, nostalgico e dolente, con i vari attori: dalla protagonista assoluta, la nebbia, alle figure, talvolta strambe ma sempre umanissime, che affollano il proscenio. E’ quindi la storia, con spunti autobiografici, di un ragazzo, l’io narrante, che in questo paese vive, cresce e, soprattutto, gioca a calcio, ma il merito del racconto è che la metafora (ormai un po’ consunta) dello sport come modello dell’esistenza è declinata in un modo originale e di notevole interesse.

Per l’autore non si tratta tanto di far vedere le corrispondenze tra vita e sport, cosa a cui peraltro non si sottrae, ma di individuare ed evidenziare quei piccoli dettagli, quelle casualità, quegli attimi in cui una storia in piccolo (una partita di calcio) o una storia più ampia (l’esistenza di un individuo) possono andare, intrecciandosi, in una direzione o in un’altra. Il romanzo appare quindi come una sorta di meditazione intorno a due aspetti: l’attimo e il microscopico, il piccolo, lo scarto minimo. Questo è quanto differenzia il grande campione dal bravo giocatore: il saper sfruttare, tecnicamente, l’occasione che il caso o il destino offrono, ma questa occasione la si afferra nello spazio di pochi centimetri, in una differenza minima che, però, fa girare la vita in un senso o in un altro o, addirittura, indicano la distanza tra la vita e la morte.

Tale aspetto, centrale nel romanzo, non va disgiunto dall’altro sopra richiamato: l’importanza dell’attimo. Probabilmente non a caso proprio al centro del racconto, in un aeroporto, è descritto un dialogo tra il protagonista e il suo allenatore; qui si affaccia una riflessione di grande interesse in cui l’istante, come punto in cui si concentrano in modo convergente e fortemente dinamico le energie a lungo sopite, rivela la sua natura di discriminante ultima del destino del singolo. E’ dal tempo degli antichi greci che il termine “kairòs” evoca il momento di massima concentrazione a partire dal quale un individuo può evolvere in modo irrevocabilmente divergente e quindi sta all’abilità dell’individuo stesso riuscire a cogliere l’opportunità che si offre in quel preciso istante.

Diventa perciò fondamentale la componente soggettiva e l’autore ben la rappresenta nella descrizione del provino che il protagonista sostiene per entrare in una squadra di calcio ben più blasonata di quella in cui gioca. In quel momento convergono le diverse linee narrative che innervano il racconto, è veramente il climax oltre il quale nulla sarà più come prima; è il momento dello stallo dell’aereo in verticale prima di buttarsi in una picchiata mozzafiato e, contemporaneamente, è l’attimo in cui il futuro si può aprire in due diverse, inconciliabili direzioni. Starà alle capacità del ragazzo, sfruttando in quell’attimo quei pochi centimetri che fanno la differenza per andare a segnare, diventare un campione come Van Basten o un onesto, bravo giocatore come Terluzzi.

Non lontano dal paese del protagonista, nel Palazzo ducale di Mantova, c’è un bel dipinto, di scuola mantegnesca, che esprime un po’ questo romanzo: un giovane, trattenuto da una donna (la Saggezza) si protende verso un’altra donna che, con le ali ai piedi, volteggia su un globo avendo il volto coperto da un ciuffo di capelli. Questo è il Caso, l’Opportunità, la Fortuna, che Machiavelli chiama “donna” e che, con gli occhi coperti, è cieca; essa si offre e l’io narrante del romanzo è quel giovane proteso ad afferrare il suo momento, trattenuto ma anche indirizzato da una Saggezza che è la saggezza del suo allenatore e della padronanza di tecniche calcistiche che potranno fare la sua fortuna o la sua sconfitta.

Parallelamente a quello del protagonista altri momenti decisivi compaiono nel romanzo; momenti in cui sembra prevalere non tanto il caso quanto il Destino e in questo senso lo scritto di Furlan appare come una riflessione, talvolta malinconica, su quell’oscurità che avvolge la vita umana e che può illuminarsi nel bagliore rivelatore di un futuro sperato e realizzabile o richiudersi nella tenebra di un Destino annichilente.

Tra questi poli inconciliabili si snoda l’avventura del protagonista e dei tanti comprimari di un piccolo paese della provincia lombarda; una provincia che potrebbe essere in qualsiasi altra regione (a parte la nebbia) perché in questo paese l’autore mette in scena il gran teatro del mondo che, in forme infinitamente diverse, si ripropone per tutti noi che partecipiamo a quella epopea che è la commedia umana. Un bel romanzo a cui, si spera, seguano altre opere altrettanto interessanti.

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