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Senza dimora: tragica realtà

Care amiche e cari amici,
ci sono individui che vivono in povertà. Esistono due tipi di povertà quella economica e quella affettiva. In entrambi i casi distruggono l’anima di chi, sfortunato, è costretto a subirla. Solitudine, apatia verso tutto e tutti, trascuratezza della propria persona, distruzione della propria dignità. Queste le conseguenze. Ecco che cresce a dismisura la presenza dei clochard. Se nel caso di povertà economica si può sperare in una rivalsa, nel caso di povertà affettiva la speranza di trovare ricchezza è vana. Non vi è denaro alcuno che possa debellare questo tipo di povertà. Si stima che 100 milioni di persone nel mondo siano senzatetto. In Italia la città più colpita dal problema è Milano, con più di 12.000 homeless. Segue Roma con quasi 8.000 persone senza fissa dimora. Poi Palermo ne conta circa 3.000, Firenze circa 2.000, e Torino più di 1900. Questi i dati emersi dalle indagini effettuate. Se si pensa che la stima non comprende i gruppi Rom ed i nomadi in genere, si capisce quanto sia grave la situazione nel territorio e come il fenomeno sia esteso. Le cause che portano una persona a diventare un homeless sono molteplici e ognuno è un caso a sé. Se li andiamo a valutare scopriamo che vi sono coloro che hanno scelto una vita libera lontana dagli schemi che la società ci impone, o fannulloni che non hanno voglia di fare nulla e si accontentano di vivere alla giornata. Altri ancora diventano senza tetto per un disastro naturale, per la morte di un figlio, per la separazione coniugale, per il vizio del gioco, a causa dell’alcool e della droga, per problemi con la giustizia o la perdita del lavoro. E ancora, molti si ritrovano per strada perché malati di mente. Secondo la associazione americana National Alliance for the Mentally Ill (NAMI), vi sono circa 50.000 malati di mente senza tetto nella sola California per via dello sgombero degli istituti psichiatrici effettuato tra il 1957 ed il 1988 e la mancanza di adeguati sistemi di servizi locali. Conseguenza di tutto ciò è l’isolamento e la morte precoce. Non sono infrequenti ogni anno, gli eventi di persone morte a causa del freddo, per rifiuto o per insufficiente disponibilità di posti-letto nei centri di accoglienza, e per la mancanza di beni primari poco costosi e facilmente reperibili, come un kit di sopravvivenza ed una coperta termica. Sono amine sfortunate. Persone con fragilità psichiche, anziani abbandonati, giovani disadattati, depressi, vittine di abusi fisici e mentali, immigrati con difficoltà. Nel 1990, per esempio, uno studio trovò che la metà delle donne e dei bambini senza casa fuggivano dall’abuso.
Sempre più frequentemente capita di passare accanto a un senza dimora, diventando quasi una visione normale, che non suscita quasi più risonanza clamorosa come poteva essere negli anni passati. Come se agli occhi dei più fortunati fosse normale. Mi chiedo se nella mente dei “passanti” vedere un clochard susciti ancora o è mai suscitata la domanda: “Come si perpetua la realtà di chi si trova ad essere gravemente emarginato?” Io me lo chiedo spesso. Ritengo che, oltre agli innumerevoli disagi e difficoltà, rimanere senza casa non significhi soltanto non avere un tetto sotto il quale ripararsi dai pericoli e dalle intemperie. Significa soprattutto, essere privati della propria “dimora” che è molto di più dell’abitare. È quello “spazio antropologico” fatto di relazioni, di rapporti interpersonali che consentono alla persona di “vivere” e di sentirsi parte integrante. Lo spazio dove la persona vive la sua storia e si sente parte di quel luogo. Essere senza casa, quindi, significa non essere più neppure “dimora a se stessi”, perdendo così la propria identità. Questa condizione produce un circolo vizioso. Senza numero di telefono, indirizzo permanente o un posto per cambiarsi e lavarsi, può essere molto difficile trovare e conservare anche un posto di lavoro, nel caso lo trovassero. Il “marchio infamante” che etichetta la condizione di senzatetto crea uno stereotipo che rende difficile risolvere il problema. La concessione della residenza è il presupposto indispensabile per aprire un contratto, essere iscritti alle liste elettorali del Comune per votare e avere un “peso politico”, aprire una partita Iva e avviare una propria attività, accedere all’assistenza sanitaria, ottenere prestazioni previdenziali e assistenziali spettanti dall’INPS (che non si possono richiedere se non si ha una residenza cui indirizzare le comunicazioni e un conto corrente per l’accredito). Si crea un meccanismo analogo di veti incrociati che impedisce il reinserimento dei poveri nella collettività. Povera gente destinata a protrarsi nel disagio e nell’ombra di una “vita non vita”.

Enza Nardi Autrice
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