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Social: qualcosa danno e altro tolgono

Cari lettori
dopo un periodo di assenza per svariati impegni, rieccomi qui tra voi.
Vorrei affrontare un tema che sono certa possa suscitare l’interesse di tutti: giovanissimi, giovani e meno giovani. Sono certa pure che alcuni condivideranno il mio pensiero, altri no. Per questi ultimi probabilmente risulterò impopolare e rivolgendomi proprio a loro vorrei condurli verso una riflessione. Condivisibile o meno, ciò che importa è che comunque si faccia.

L’allora diciannovenne Mark Zuckerberg rese disponibile in internet Facemash, un sito web, predecessore di Facebook. Accadde il 28 ottobre 2003. Nel gennaio 2004 cominciò a programmare il nuovo sito web, apunto FB, che vide la luce il 4 febbraio 2004. Lo scopo fu quello di portare gli studenti ad interagire con scambi culturali. Un social dove esporre i propri lavori e coglierne di nuovi, confrontarsi e crescere, partecipare a gruppi di studio, ampliare la propria cerchia unendosi ad altri studenti con cui poter condividere oltre lo studio anche gusti e interessi (dallo sport al teatro, volontariato e molti altri passatempi e campi del sapere).
L’idea era quella di fornire uno spazio ad hoc per mantenersi aggiornati sul programma dei corsi e le lezioni da seguire tentando di fare gruppo pur trovandosi a distanza.
In brevissimo tempo il “traffico” del social si espanse anche in altri settori ad ampio raggio.
Come spesso avviene, ciò che si crea di utile viene in un attimo trasformato e reso disfunzionale, meno costruttivo, se non distruttivo. In pochi anni il sito raggiunse un enorme successo planetario, cambiando profondamente molti aspetti legati alla socializzazione e all’interazione tra individui, sia sul piano privato che su quello economico e commerciale. Quello che era un buon strumento di informazione divenne un mezzo fatto di pettegolezzi, dove privilegiare la competizione.
Questo è FB oggi forte di punti critici.
La gente naviga con la consapevolezza o l’illusione di contare qualcosa se dice la propria: “Sono su Facebook quindi esisto… Pubblico le immagini di un mio week-end al lago, di una cena in un locale di lusso, dei miei viaggi, ecc., così appaio più interessante.”
Tutto questo per far credere agli altri (e a sé stessi in primis) di essere sempre al “top”. Per molti è sinonimo di felicità e successo sociale, dove per felicità consiste nell’avere molti consensi dimostrati con frasi fatte o semplici like. Il più delle volte poco sentiti o scopiazzati qua e là. Nel mondo virtuale trovano un palcoscenico più ampio dove mostrarsi, come una vetrina sempre accesa. Diventa indispensabile condividere pensieri o attimi della propria vita alla ricerca di emozioni o di emozionare chi guarda e chi scrive perdendo di vista che la vera emozione sta nella condivisione reale di ciò che si fa. Ad esempio una passeggiata con un vero amico emoziona senza dubbio più di cinquemila contatti e qualche centinaio di “mi piace”. È sicuramente più coinvolgente. Ma non si riflette sul fatto che il mondo virtuale diventa sempre più padrone delle vite, rendendo tutto meno interessante e vestendolo di superficialità. Per non parlare di quelli che emergono in modo esponenziale in arroganza perché pensano di sedersi in cattedra senza sapere nulla di statistica, di medicina e quant’altro, dimostrando solo di non avere buon senso. Così molti vivono di condizionamenti ricevuti e che continuano a ricevere annullando la propria personalità.
Si finisce così di far parte di una società sempre meno connotata da contatti sociali reali e autentici e, al contempo, sempre più caratterizzata dal prevalere dell’immagine. Pensiamo a quante volte, anche inconsciamente, pubblichiamo aggiornamenti di stato con il solo intento di esternare un qualunque momento della nostra vita. Tale bisogno deriva dalla necessità di affermazione di sé stessi, dalla volontà di dipingere un “io” migliore e dall’influenza della rete che costringe a un’autoesposizione continua per segnare una presenza di ciascuno di noi al cospetto degli altri. E questo meccanismo dà il via a una vera e propria catena, stimolando anche altri a fare lo stesso, i quali non vogliono sentirsi da meno e a loro volta danno il via a comportamenti analoghi, alimentando così un circolo vizioso dal quale è difficile uscirne.
Facebook si presenta come luogo in grado di trasformare le insicurezze in certezze, i difetti in pregi, il brutto in bello.
Sarebbe bene riflettere del perché si fa e su quale aspetto della propria vita viene soddisfatto da questo social network: scarsa capacità di crearsi veri rapporti sociali? Scappatoia da una vita reale che non piace? Facile modo per evitare la noia? Incapacità di mettersi in gioco nella vita reale e nascondersi dietro uno schermo? E’ importante comprendere le ragioni che spingono alla necessità di sostituire la vita vera con quella virtuale che incrementa il senso di solitudine, anzichè ridurlo. È importante tenere sempre presente che i social devono ritenersi interessi marginali e non i soli per evitare di diventare individui stupidi.

Einstein diceva: “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma non sono sicuro dell’universo.”

Enza Nardi Autrice
Per interagire e/o inviare domande:
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