Parlane con Enza

Separazione: povertà economia-morale

Care amiche e cari amici
mi è capitato di leggere sui social il disagio sempre più crescente di persone che vivono grosse difficoltà economiche da cui, poi, ne scatiriscono tante altre. In modo esplicito si definiscono “poveri”. Fanno, loro stessi o chi per essi, appelli di solidarietà.
L’Istat calcola la povertà in base a due diverse soglie convenzionali, che definiscono la povertà assoluta e quella relativa. La prima, detta anche estrema, porta alla non disponibilità di risorse essenziali come cibo, acqua, casa, vestiti, medicine, mentre chi si trova in povertà relativa potrebbe avere il minimo necessario per la sopravvivenza ma non può usufruire di tutte le possibilità e i servizi disponibili in un Paese. Sempre secondo l’Istat, uno dei veloci scivoli che porta molti individui verso un turbine di impoverimento, sono le separazioni. Si tratta di un problema da non sottovalutare. Risolverlo dovrebve essere uno tra le priorità. Per questo, è bene conoscerlo in maniera approfondita. Si parla spesso della povertà dei padri, si racconta degli uomini che, vessati dalle ex compagne, perdono tutto: casa, soldi, status, dignità. Dura realtà, è vero, ma questa immagine, restituita decine di volte, è ciò che si potrebbe definire una narrazione tossica perché descrive una parte sola. È chiaro che quando un nucleo familiare si scioglie, reddito e patrimonio diminuiscono: si dimezzano e le spese moltiplicano. E’ facile quindi capire perché le famiglie monoreddito, o caratterizzate da occupazione precaria o salari bassi, dopo una separazione si ritrovano in una condizione economicamente disagiata. Il passo alla povertà relativa se non anche assoluta è breve. Il luogo comune dice che la donna quando si separa è avvantaggiata. Ottiene la casa e ha un buon assegno dal marito. l’Istat ci fornisce dati che probabilmente molti non conoscono: dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%). Conferma i suddetti dati anche la Caritas che dichiara che la popolazione di separati o divorziati che si rivolge ai servizi del circuito ecclesiale è composta da un 53,5% di donne e un 46,5% di uomini. Si tratta, in gran parte, di donne che vivono al Sud dove l’incidenza della povertà è più del doppio rispetto alla media nazionale e quasi cinque volte superiore rispetto a quella registrata al nord (4.9%) e al centro (6,7%)
Andando oltre la visione del “povero” uomo che si dice abbia la peggio, valutiamo come la donna si trova a vivere dopo una separazione. A seguito di diversi sondaggi è emerso che:
– la maggioranza delle madri che vivono con i figli riferisce che quest’ultimi non hanno dormito a casa del padre nei due anni successivi la separazione, per parlare di quelli che non lo hanno mai frequentato;
– dopo la separazione i padri spariscono, oltre che fisicamente, anche economicamente. Non forniscono ai figli neanche il minimo sindacale;
– molte madri con figli piccoli non riescono a lavorare perché devono accudire gli stessi e non percepiscono nulla dall’exmarito seppure concordato dalla legge;
– alcune madri sono state lasciate dal compagno ancora prima di dare alla luce il figlio, lasciando la futura mamma sola e senza alcun supporto economico.
Questi solo alcuni tra i motivi che causano impoverimento economico e con esso anche psicologico delle donne.
A tutto ciò è necessaria una soluzione. A parer mio la prima cosa da fare sarebbe educare le figlie a pensare di rendersi autonome economicamente senza precarietà e solo dopo creare una famiglia. Quindi investire prima nel lavoro perché se “investe” esclusivamente nel matrimonio farebbe una cosa altamente sconsigliabile. Quando concentra tutto il proprio investimento in un unico bene come il matrimonio, può risultare una situazione efficiente se il matrimonio dura e se il marito ha successo nel mercato del lavoro, ma totalmente perdente se qualcosa non funziona. Del resto gli uomini anche quando investono tanto nel matrimonio, non vi investono tutte le proprie risorse perché continuano a farlo anche nel lavoro. Teniamo presente che una donna che si ripropone sul mercato del lavoro, che ha lasciato per accudire i figli, parte con un curriculum perdente e in competizione con donne e uomini più giovani. Penso che quando si diventa genitori ci si assuma una responsabilità di cui bisogna essere consapevoli nel tempo. Responsabilità che non vede differenza di genere.
La soluzione, secondo me, potrebbe essere trovata nel cercare di recuperare potere economico per entrambi genitori con una nuova gestione. Non decidere una sola collocazione dei figli, con relativo assegno – quando questo viene dato -, ma l’alternanza degli stessi con entrambi i genitori: metà tempo con la madre e metà tempo con il padre che direttamente provvedono alle loro necessità. In questo modo si assicurano ai figli due genitori “interi”. Sempre secondo me – forse pretendo troppa perfezione – non devono essere i figli, come pacchi postali a muoversi, ma i genitori ad uscire di casa quando non è il loro momento da dedicare ai figli. Ritengo che il problema “adattamento” debba essere degli adulti e non dei figli, soprattutto se piccoli, che alla fine non hanno chiesto di essere messi al mondo per diventare piccoli “nomadi” a richiesta dei genitori.

Enza Nardi Autrice
Per interagire e/o inviare domande:
Facebook: https://www.facebook.com/enza.nardiautrice.3

Related posts

Social: qualcosa danno e altro tolgono

redazione

Il “sorriso di Joker”

redazione

Entro i confini d’Italia

redazione

Lascia un Commento

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. OK Continua a leggere

Privacy & Cookies Policy